Il maestro Angelo Castaldo si confronta ottimamente con un inusuale repertorio organistico

Foto Fulvio Calzolaio

Dire a qualcuno che “suona con i piedi” non è certamente un complimento, a meno che non siamo di fronte ad un organista che ha deciso di rivolgere la sua attenzione ad un particolare repertorio, dedicato a brani concepiti prevalentemente per la pedaliera dello strumento.
E’ quanto ha proposto il maestro Angelo Castaldo, organista e maestro di cappella della Basilica napoletana di S. Chiara nonché docente di Organo e Composizione Organistica al Conservatorio “G. B. da Palestrina” di Cagliari, nel recital legato al ciclo “Organi Storici della Campania”, organizzato dalla Associazione Alessandro Scarlatti.
Il concerto, tenutosi nella chiesa dell’Immacolata al Vomero, dove è collocato il versatile organo Mascioni op. 1072, è iniziato con due pezzi di Johann Sebastian Bach (1685-1750), Pedal Exercitium BWV 598 e Preludio e Fuga in re maggiore BWV 532.
Il primo, secondo un’ipotesi, sarebbe il frutto di una trascrizione del figlio Carl Philipp Emanuel, avvenuta mentre il padre si dilettava ad improvvisare sulla pedaliera, mentre il secondo venne composto probabilmente durante la permanenza del sommo compositore ad Arnstadt, fra il 1703 ed il 1707.
Era quindi la volta di Marche funèbre et Chant Sèraphique op. 17, datato 1868, tratto dal terzo dei diciotto volumi che componevano la raccolta Pièces dans différents styles pour orgue di Alexandre Guilmant (1837–1911), che per quasi trent’anni fu organista della chiesa parigina della Santa Trinità.
A lui era dedicato il successivo Studio sinfonico, op. 78, risalente al 1897, di Marco Enrico Bossi (1861-1925), uno dei pochi compositori italiani, da un paio di secoli a questa parte, ad aver fornito un significativo contributo alla letteratura organistica mondiale.
Ancora la gloriosa scuola transalpina con Épilogue pour pédale solo, da “Hommage à Frescobaldi” di Jean Langlais (1907-1991), allievo di Dupré e Tournemire, cieco dall’età di due anni.
Il brano è del 1952, quando l’autore era organista titolare della chiesa parigina di Santa Clotilde (ruolo ricoperto dal 1945 al 1987), per cui poteva usufruire delle sonorità del monumentale organo Cavaillé-Coll, costruito su indicazioni di César Franck, che lo inaugurò nel 1859.
Meno noto George Thalben-Ball (1896–1987), nativo di Sidney ma spostatosi a Londra quando aveva 4 anni, organista e pianista ricco di talento (fu ad esempio il primo a eseguire in Inghilterra il Concerto n. 3 di Rachmaninov).
Il suo nome, in ambito britannico, è strettamente legato alla Temple Church di Londra, dove fu attivo come organista e direttore del coro per ben 62 anni.
Dalla sua produzione abbiamo ascoltato Variations on a Theme by Paganini, incentrato sul motivo del Capriccio n. 24 in la minore del compositore genovese.
Chiusura con Pageant, di Leo Sowerby (1895–1968) che ha alla base una storia curiosa, raccontata dal maestro Castaldo durante la breve ed esauriente introduzione al concerto.
Il pezzo nacque come omaggio del compositore statunitense all’italiano Fernando Germani, uno dei massimi organisti del Novecento e, nella dedica, Sowerby si scusava per la difficoltà del pezzo, definendolo al limite dell’eseguibilità.
Per tutta risposta, Germani apportò alcune modifiche sostanziali e rimandò lo spartito al musicista statunitense, accompagnandolo con la frase: “Adesso è veramente ineseguibile!”.
Uno sguardo ora all’interprete, meritevole innanzitutto di aver proposto brani di grande originalità, comportanti enormi difficoltà esecutive, essendo affidati quasi esclusivamente ai piedi (più precisamente alle scarpe, che certamente non possiedono l’agilità delle mani), motivo per il quale non solo si ascoltano raramente, ma mai riuniti in un unico programma.
Confrontandosi con questo repertorio, il maestro Angelo Castaldo ha dato vita ad un recital di elevatissimo spessore, riuscendo a superare, con estrema bravura ed abilità, le enormi insidie legate ai diversi pezzi.
Il pubblico, numeroso, attento, meravigliato ed entusiasta, ha sicuramente compreso come dietro ogni interpretazione ci fosse un duro ed estenuante lavoro di preparazione, battendo le mani con convinzione al termine di ogni brano, e salutando la conclusione con un applauso lungo e scrosciante, a coronamento di uno splendido ed inusuale concerto organistico.

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