“Diciassette & Trenta Classica” chiude con la chitarra di Mazzini

Foto Max Cerrito

Sono sicuramente pochi a sapere che Giuseppe Mazzini fu anche un musicista e un appassionato chitarrista e che, durante l’esilio parigino, ebbe modo di pubblicare una “Filosofia della musica”.
Ce lo ha ricordato Marco Battaglia, ospite al Teatro Diana dell’appuntamento conclusivo della rassegna “Diciassette & Trenta Classica” che, per un pomeriggio, ha riportato a Napoli uno strumento, oggi di proprietà del chitarrista, nato nella liuteria di Gennaro Fabricatore e appartenuto al politico genovese.
Il programma proposto comprendeva una prima parte interamente dedicata a Niccolò Paganini (1782-1840), con la Grande Sonata in la maggiore per chitarra (e accompagnamento di violino), identificata anche come M.S. 3, dalle iniziali di Maria Rosa Moretti e Anna Sorrento, curatrici del catalogo più recente della produzione paganiniana, rialente al 1982.
Dopo un breve intervallo, la seconda parte era incentrata sulla lirica, iniziando da una versione per voce e chitarra di “Vedrai carino”, aria di Zerlina dal “Don Giovanni” mozartiano, seguita dalla Rossiniana n. 5, op. 123 di Mauro Giuliani (1781-1829), rivolta a celebri motivi del grande compositore pesarese, dove si riconoscevano alcuni temi tratti da “Il Barbiere di Siviglia”, “Tancredi”, La Cenerentola e “La gazza ladra”.
Toccava quindi alla “Opern-Revue” op. 8 n. 29 di Johann Kaspar Mertz (1806-1856), basata su motivi appartenenti alla “Traviata” di Verdi, presente in una raccolta di 38 “Fantasie” (delle quali le ultime cinque non sarebbero dell’autore austriaco), concepite sui motivi più celebri delle opere liriche dell’Ottocento, pubblicata dall’editore viennese Haslinger.
Chiusura con un’altra incursione per voce e chitarra consistente nella celeberrima aria di Lauretta “O mio babbino caro” da “Gianni Schicchi” di Giacomo Puccini (1858-1924).
Nel complesso il concerto ha avuto due volti piuttosto differenti, non tanto per la difficoltà dei pezzi eseguiti, ma per il tipo di repertorio, che è stato accolto in modo differente dal pubblico, meno propenso ad accettare un Paganini poco frequentato (e tutto sommato un po’ lungo e impegnativo) e, data l’età media, ancora legatissimo all’opera lirica.
Marco Battaglia è apparso soffrire, soprattutto nella sonata paganiniana, l’acustica del teatro, che non restituiva molte delle sfumature legate al brano, mentre, una volta trovato l’equilibrio, ha potuto mettere in evidenza le sue notevoli capacità.
Un cenno merita anche il soprano Leona Pelešková, protagonista dei due incantevoli “camei” rivolti a Mozart e Puccini, che gli spettatori hanno mostrato di gradire molto.
In definitiva ci auguriamo che, anche il prossimo anno, questo segmento (curato dai maestri Alberto Maria Ruta e Antonello Cannavale) possa affiancare, nell’ambito della programmazione musicale del Teatro Diana, la stagione ANCEM, per aumentare l’offerta in un quartiere importante come il Vomero, che vive ormai di poche e brevi rassegne, alla luce dell’inagibilità dell’auditorium di Castel S. Elmo con conseguente perdita della stagione cameristica napoletana più prestigiosa (quella dell’Associazione Alessandro Scarlatti).

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