Al Teatro Diana il Quartetto Kodály interpreta Mozart, Kodály e Dvořák

Foto Max Cerrito

Prosegue al Teatro Diana la rassegna pomeridiana “Diciassette e Trenta Classica”, che ha recentemente ospitato il Quartetto Kodály, formato da Attila Falvay e Ferenc Bangó (violini), János Fejérvári (viola) e György Éder (violoncello).
Il concerto è iniziato con il Quartetto n. 16 in mi bemolle maggiore K. 428 di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), compreso nella raccolta di sei brani, dedicata al suo grande amico Franz Joseph Haydn, completata nel 1785 e pubblicata nel medesimo anno dall’editrice viennese Artaria come op. 10.
I sei quartetti esordirono in forma privata, suddivisi in due serate, tenutesi presso la residenza mozartiana a Vienna, a distanza di circa un mese l’una dall’altra.
Haydn fu presente ad entrambe e, oltre ad essere attento ascoltatore, potrebbe aver fornito anche il suo contributo di interprete.
E’ certo, comunque, che il secondo incontro, svoltosi il 12 febbraio 1785, fu organizzato per festeggiare l’ingresso di Haydn nella Massoneria e, in tale occasione, il grande musicista si rivolse emozionato a Leopold Mozart lodando il figlio e definendolo “… il più grande compositore che io conosca, di nome o di fatto”.
Secondo brano in programma la Serenade per due violini e viola di Zoltán Kodály (1882-1967) che, insieme all’amico Béla Bartók, fu fra i massimi protagonisti della musica ungherese del Novecento e portò avanti approfonditi studi sulle tradizioni musicali del paese di origine.
La Serenade, ricca di rimandi legati al folclore magiaro, inseriti in un contesto sicuramente innovativo ma abbastanza moderato, venne completata nel 1920, periodo particolarmente travagliato della vita del musicista, in quanto era stato cacciato dall’Accademia di Musica di Budapest, dove ricopriva il ruolo di direttore, a seguito della caduta della cosiddetta “Repubblica dei Consigli”, che nel 1919 aveva cercato di introdurre il comunismo in Ungheria.
Di conseguenza i lavori del compositore furono messi al bando e la sua carriera ebbe un’interruzione di un paio di anni durante i quali scomparve dalla scena nazionale ed internazionale.
Dopo un breve intervallo, è stata la volta del terzo e conclusivo brano, il Quartetto in mi bemolle maggiore, op. 51 di Antonín Dvořák (1841-1904), scritto su richiesta di Jean Becker, primo violino del Quartetto Fiorentino, prestigiosa compagine dell’epoca che, nonostante il nome scelto, ed il fatto che avesse fra i suoi componenti anche due italiani, risiedeva principalmente a Vienna.
Becker chiese all’autore ceco un pezzo marcatamente “slavo” (appellativo con il quale è ancora oggi noto il quartetto) e fu accontentato molto velocemente, se pensiamo che il brano venne completato in poco più di tre mesi (dal Natale 1878 al 28 marzo 1879).
L’esordio assoluto avvenne in forma privata nel luglio 1879 a Berlino, in casa di Joachim, mentre la “prima” ufficiale ebbe luogo il medesimo anno a Magdeburgo, seguita da ulteriori repliche in varie città dell’Europa del Nord, accompagnate sempre da grandi consensi.
Uno sguardo ora agli esecutori, i violinisti Attila Falvay e Ferenc Bangó, il violista János Fejérvári e il violoncellista György Éder, attuali costituenti di un quartetto nato nel 1966, che hanno dato vita ad un buon concerto ma, ricordando le esibizioni degli anni scorsi, l’interpretazione è apparsa in questa occasione, tranne che per la Serenade, abbastanza routinaria e priva della consueta brillantezza e vivacità alla quale ci aveva abituati l’ensemble.
Pubblico abbastanza numeroso, che ha mostrato di apprezzare il quartetto di Mozart e quello di Dvořák, molto meno il trio di Kodály, giudicato un po’ lungo e soprattutto troppo complesso all’ascolto.
La rassegna, dopo la pausa pasquale, riprenderà con un pomeriggio dedicato a brani di alcuni protagonisti del Settecento napoletano, abbinati ad un omaggio del contemporaneo Sollima legato a tale irripetibile periodo della storia artistica partenopea.

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