La rassegna “Diciassette e Trenta Classica” propone al Teatro Diana un duo di grande esperienza

Foto Max Cerrito

Nell’ambito della rassegna “Diciassette e Trenta Classica”, il Teatro Diana, ha ospitato il concerto del duo costituito da Alberto Maria Ruta (violino) e Antonello Cannavale (pianoforte).
Tre i brani proposti, attraverso i quali si descriveva l’evoluzione della Sonata per violino, iniziando da Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), con la K. 378 in si bemolle maggiore, completata nel 1779 a Salisburgo e pubblicata nel 1781 dalla casa editrice Artaria di Vienna, come op. 2, insieme ad altre cinque sonate (K. 296K. 376, K. 377, K. 379 e K. 380).
La raccolta, il cui titolo originale Six sonates pour le clavecin ou pianoforte avec l’accompagnoment d’un violon fa già comprendere il ruolo fondamentale del pianista, venne dedicata alla viennese Josepha von Auernhammer, talentuosa allieva e presumibilmente anche amore giovanile del compositore.
La notizia della relazione giunse anche a Leopold Mozart che, da Salisburgo, inviò al figlio una missiva molto preoccupata, ricevendo una risposta oltremodo rassicurante, dove la pianista era descritta come un mostro quasi ripugnante.
Se però consideriamo il valore di questi brani, si fa decisamente fatica a credere alle parole di Wolfgang (e il primo a non essere convinto della veridicità di tali affermazioni fu certamente proprio il padre).
La successiva Sonata op. 12 n. 2 in la maggiore di Ludwig van Beethoven (1770-1827), apparteneva ad un trittico pubblicato nel 1798, anch’esso da Artaria, con dedica a Salieri.
Punto di riferimento erano certamente le sonate mozartiane (il titolo originale “Tre Sonate per il Clavicembalo o Forte-Piano con un violino” non lascia molti dubbi), ma in questo caso si puntava più al dialogo, a volte serrato, in altri casi più stemperato, fra i due strumenti.
Forse Beethoven era un po’ troppo avanti rispetto ai tempi, se pezzi che oggi ci appaiono abbastanza nella norma, furono stroncati dal critico dell’Allgemeine Musikalische Zeitung, autorevole giornale di Lipsia, che definì l’insieme “…ammasso senza metodo di cose sapienti: niente di naturale, niente canto, un bosco in cui si è fermati ad ogni passo da cespugli nemici, e da cui si esce esausti, senza piacere…” e sottolineò inoltre la presenza di “difficoltà da far perdere la pazienza” (agli ascoltatori e forse anche agli esecutori, pensiamo noi, mettendoci nell’ottica di questo “esperto” alquanto spaesato).
Dopo un breve intervallo, la seconda parte del concerto era dedicata alla Sonata n. 2, op. 100 in la maggiore di Johannes Brahms (1833-1897), ribattezzata “Thuner-Sonate” dall’amico scrittore Joseph Widmann, in quanto composta nel 1886, durante il soggiorno estivo del compositore presso il lago di Thun in Svizzera.
Il brano, pervaso da grande poesia (non a caso è ricco di citazioni tratte da alcuni lieder dedicati al giovane contralto Hermine Spies) e dolce serenità, si articola in tre movimenti, con un tempo centrale molto complesso, formato da cinque brevi episodi, molto lirici i dispari, allegri i pari.
Nel complesso, anche in questo caso si ribadisce il ruolo paritario del pianoforte nei confronti del violino.
Veniamo ora ai due esecutori, il violinista Alberto Maria Ruta ed il pianista Antonello Cannavale, che hanno dimostrato di essere degli ottimi e affiatati solisti, facendo emergere le differenze fra gli apporti forniti dai tre grandi autori al genere della sonata per violino e pianoforte.
Pubblico numeroso ed attento, che ha lungamente applaudito i due interpreti, ed è stato omaggiato con un bis beethoveniano, l’Andante, dalla Sonata per violino e pianoforte in fa maggiore, op. 24 “La Primavera”, a coronamento di un pomeriggio cameristico di altissimo livello.

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