“L’Amore ai tempi della Musica” ripropone con grande intensità una vicenda dai numerosi lati oscuri

Foto Max Cerrito

Dopo il “salotto mozartiano” di due anni fa, Stefano Valanzuolo ha proposto, sempre sul palcoscenico del Teatro Diana, un altro progetto, intitolato “L’amore ai tempi della musica”, incentrato sui complessi rapporti che intercorsero fra Clara Wieck, suo marito Robert Schumann ed il giovane Johannes Brahms.
Medesima la tecnica utilizzata, che consisteva nella lettura di testi da lui preparati, attingendo a vari documenti di pubblico dominio (lettere, diari, ecc.), alternata a brani musicali affidati ad un quintetto composto da Lorenzo Ceriani (violoncello), Rossella Bertucci (viola), Alberto Maria Ruta (violino), Maria Libera Cerchia e Antonello Cannavale (pianoforti).
La storia si apriva con il forte rammarico di Brahms di non aver potuto dare l’estremo saluto alla sua amica Clara, quando morì nel 1896 (era andato a Francoforte, dove Clara era deceduta, non sapendo che i funerali si sarebbero svolti a Bonn).
Faceva da contraltare il romanticissimo Andante, dal Quartetto per pianoforte in mi bemolle maggiore, op. 47 di Schumann, composto nel 1842, periodo felice sia dal punto di vista produttivo che sentimentale, in quanto coincise con i primi anni di matrimonio.
E, nonostante la famiglia si ingrandisse sempre di più, in quanto la coppia ebbe alla fine ben otto figli, Clara trovò il tempo di suonare il pianoforte, lontana dalla ribalta giovanile alla quale sarebbe tornata dopo la morte del marito, ed anche di comporre, come si poteva apprezzare dal Finale-Allegretto, appartenente al Trio in sol minore op. 17 per pianoforte, violino e violoncello, piccolo capolavoro risalente al 1846.
Anno cruciale in questa storia fu sicuramente il 1853, quando un ventenne Brahms, forte della raccomandazione dell’amico violinista Joachim, bussò alla porta di casa Schumann a Düsseldorf.
In quel momento Robert, che da tempo manifestava quei disturbi che lo avrebbero costretto di lì a poco al ricovero, vide nella figura quasi angelica di Brahms (all’epoca dotato di una folta e lunga capigliatura bionda) quasi un segno divino.
Dal canto suo il giovane Johannes fu subito colpito da Clara, anche se li separavano ben 14 anni e, come sottolineato da Stefano Valanzuolo, nelle missive a lei inviate (quelle sopravvissute alla distruzione voluta dalla Wieck), il tono dell’intestazione divenne sempre più confidenziale, così come quello delle risposte, a testimonianza di un rapporto di amicizia e, molto probabilmente anche sentimentale, instauratosi fra i due.
Va al proposito ricordato che Brahms fece da padre alla numerosa prole di Schumann, soprattutto quando Clara era impegnata nelle sue lunghe tournée pianistiche.
Il cuore del concerto era caratterizzato dai Liebeslieder-Walzer, op. 52a di Brahms, nella versione del 1874 per pianoforte a quattro mani, dall’originale del 1869 che prevedeva anche la presenza di un quartetto vocale, formato da soprano, contralto, tenore e basso.
A differenza di quanto si potrebbe pensare, i Liebeslieder non erano dedicati a Clara, ma scaturirono dalla breve e infelice storia d’amore con Julia, terzogenita degli Schumann, nata nel 1845.
Pur se non si conoscono bene nemmeno i contorni di questa vicenda, è molto probabile che Clara, gelosa, si fosse imposta per allontanare la figlia da Brahms e facilitare il suo matrimonio con un conte piemontese.
Ultimo brano in programma, l’Andante, dal Quartetto per pianoforte n. 3 in do minore, op. 60 di Brahms, brano dalla gestazione quasi ventennale, iniziato nel 1855 quando le speranze di recuperare Schumann erano ormai ridotte al lumicino.
Veniamo quindi ai protagonisti, iniziando da Stefano Valanzuolo, che ha concepito un lavoro ben fatto e con i tempi giusti (parafrasando il vocabolo, che nel titolo era significativamente in corsivo), probabilmente superiore come unitarietà alla già valida proposta legata all’adolescenza di Mozart.
Molto bravi i cinque interpreti, LOrenzo Ceriani (violoncello), Rossella Bertucci (viola), Alberto Maria Ruta (violino), Maria Libera Cerchia e Antonello Cannavale (pianoforti), che hanno dato vita ad esecuzioni di grande intensità, trasmettendo al pubblico le emozioni di una vicenda che non potrà mai essere chiarita nella sua interezza.
Un cenno merita anche Anna Ciotola, allieva della scuola di recitazione del teatro Diana, che ha prestato la sua voce a Clara Schumann, a completamento di una serata da riproporre quanto prima perché, fra l’altro, ha il pregio di abbinare buona musica a seria divulgazione.
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