Il Festival Barocco alla scoperta del Seicento emiliano con il duo formato da Enrico Parizzi e Rebeca Ferri

duo-ferri-parizziNuovo appuntamento, al Museo Archeologico Nazionale, del Festival Barocco Napoletano, rassegna organizzata dal dott. Massimiliano Cerrito, la cui direzione artistica è affidata al maestro Giovanni Borrelli.
Ospiti del recente concerto, tenutosi nella prestigiosa cornice della Sala del Toro Farnese, Enrico Parizzi (violino) e Rebeca Ferri (violoncello), confrontatisi con un programma incentrato principalmente su musicisti attivi fra Bologna e Modena nella seconda metà del Seicento.
Una pagina musicale di particolare interesse, se si pensa che quasi tutti i compositori proposti risultano abbastanza, se non totalmente, sconosciuti ai nostri giorni, e le notizie che li riguardano sono scarse e frammentarie.
E’ il caso, ad esempio, di Clemente Bernardi Rozzi, autore della Sonata a violino e violoncello obbligato (ca. 1680) con la quale si è aperto il concerto.
Di lui si sa soltanto che, nel 1689, faceva parte dell’Accademia Filarmonica di Bologna come violoncellista.
Altrettanto sconosciuto Giovanni Battista Degl’Antonij (1636-1698), trombonista, organista e compositore, che suonò in tutte e tre le maggiori orchestre di Bologna (il Concerto Palatino, dove sostituì il padre, la Cappella Musicale di S. Petronio e l’Accademia Filarmonica di Bologna) e ci ha lasciato la pregevole raccolta intitolata Ricercate sopra il violoncello o clavicembalo op. I (1687).
Terzo autore considerato, il violinista modenese Giuseppe Colombi (1635–1694), che visse in prima persona una stagione artistica, breve ma intensa, favorita dalla presenza del duca Francesco II d’Este, capace di riunire intorno a sé nomi del calibro di Uccellini, Bononcini padre e Vitali.
Era poi la volta del Ricercare VII per violoncello solo, risalente al 1689, del bolognese Domenico Gabrielli (1659-1690), virtuoso dello strumento, non a caso soprannominato dai concittadini “Minghin dal viulunzaal” (Domenichino del violoncello).
Durante la sua breve esistenza fu attivissimo come compositore di musica strumentale e operistica, in qualità di interprete, e partecipò anche alla vita istituzionale della città emiliana, divenendo a 24 anni presidente dell’Accademia Filarmonica di Bologna.
Toccava quindi ad una parentesi partenopea, rappresentata da Cristoforo Caresana (1640-1709) con il Ricercare “Planella lucchese”, e da Nicola Matteis (1640? – 1714), con il Preludio, Aria, Adagio, Aria.
Il primo, dopo aver studiato con Pietro Andrea Ziani a Venezia, si trasferì a Napoli intorno ai diciannove anni, entrando, come cantante, nella Compagnia dei Febi Armonici, che metteva in scena i primi esempi di melodramma.
Fu poi organista della cappella reale, maestro di cappella del Conservatorio di Sant’Onofrio a Porta Capuana e, nel 1699, succedette a Francesco Provenzale come Maestro del tesoro di San Gennaro.
Soggiornò per un certo periodo anche presso i filippini (i religiosi seguaci di San Filippo Neri, che abitavano nel complesso dei Girolamini), ai quali lasciò in eredità circa 300 composizioni, alcune delle quali sottratte all’oblio in tempi piuttosto recenti, grazie alle ricerche del maestro Antonio Florio.
Riguardo a Matteis, le poche notizie al proposito sono esclusivamente di fonte inglese, ed iniziano quindi intorno al 1670, periodo del suo arrivo a Londra.
Virtuoso del violino, era convinto di poter vivere dei proventi ottenuti dalla vendita delle sue composizioni.
La cosa non gli riuscì, per cui fu costretto a intraprendere la carriera solistica, riscuotendo grande successo e raggiungendo una posizione economica invidiabile, consolidatasi dopo aver sposato una ricca vedova, evento che pose fine alle sue esibizioni in pubblico.
La produzione di Matteis risulta circoscritta a quattro raccolte, pubblicate fra il 1676 ed il 1687, dal titolo Ayres for the Violin, rivolte sia a principianti che a professionisti, fondamentali per conoscere le tecniche interpretative dell’epoca in quanto ricche di appunti e suggerimenti.
Ultimi due brani in programma, la Sinfonia per camera à violino e violoncello di Giuseppe Torelli (1658 – 1709), violinista veronese che studiò a Bologna e che diede alle stampe numerose raccolte per tale strumento, pur se sono più noti i suoi concerti per tromba, e la Sonata XII, opera I del bolognese Bartolomeo Laurenti (1644-1726), anch’egli violinista, fra i soci cofondatori dell’Accademia filarmonica con la qualifica di “sonatore”.
Veniamo quindi ai due ottimi interpreti, Enrico Parizzi (violino) e Rebeca Ferri (violoncello), specialisti del repertorio barocco, che si sono confermati esecutori di altissimo livello, ben affiatati e dotati di un suono di grande limpidezza che è riuscito anche a ovviare alle difficoltà legate alla problematica acustica della sala del Toro Farnese.
Ulteriore merito è quello di aver confezionato un programma di assoluto valore storico musicale, facendo emergere brani ed autori di raro ascolto.
Grande successo conclusivo, decretato da un pubblico quanto mai numeroso ed entusiasta, omaggiato con un bis rivolto alla produzione del veronese Evaristo Felice dall’Abaco, che probabilmente studiò con Torelli e fu attivo a Modena, per cui rientrava a pieno titolo in questa particolare e splendida serata.
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