Un Teatro di Corte gremito saluta il ritorno a Napoli di Aniello Desiderio

Foto Vincenzo Moccia

Foto Vincenzo Moccia

Il recente appuntamento con la stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti è stato caratterizzato dal graditissimo ritorno di Aniello Desiderio.
Il chitarrista napoletano ha diviso il suo recital in due parti, la prima rivolta alla produzione spagnola e la seconda a quella italiana.
Apertura con Asturias e Sevilla di Isaac Albéniz (1860–1909), dalla Suite española op. 47  per pianoforte, pezzi noti principalmente nella versione chitarristica, portata alla ribalta da Andrés Segovia.
Quest’ultimo risultava anche il dedicatario dei due brani proposti successivamente, la Sevillana Fantasia, op. 29 (1923) e la Sonata op. 61 (1931), entrambi tratti dalla produzione di Joaquín Turina (1882-1949).
Ultimo musicista iberico in programma Gaspar Sanz (1640-1710), compositore fra i più prestigiosi della letteratura chitarristica di tutti i tempi che, fra il 1674 ed il 1697, scrisse tre raccolte dedicate allo strumento, alle quali appartenevano i diversi movimenti che costituivano la Suite Spagnola.
Dopo un breve intervallo, toccava alla trascrizione di tre delle 555 sonate di Domenico Scarlatti (1685-1757), concepite originariamente per strumenti a tastiera, la K. 144 in sol maggiore, la K. 149 in la minore e la K. 32 in re minore, create presumibilmente per Maria Barbara di Braganza, figlia del re del Portogallo e, in seguito, moglie del re di Spagna, presso la quale l’autore prestò servizio, prima a Lisbona, dal 1719 al 1727, poi a Madrid tra il 1733 ed il 1757.
Era poi la volta di Mauro Giuliani (1781-1829) con la Rossiniana n.1 op. 119, datata 1820, appartenente ad una raccolta di sei, che rientrava in un genere, di carattere salottiero, diffuso in particolare nell’Ottocento, volto alla riproposizione di motivi operistici (nel caso in esame vi erano temi tratti da “Otello”, “L’italiana in Algeri” e “Armida”), avente il duplice scopo di far risentire le arie più significative e dare l’opportunità ai solisti di mettere in mostra le loro doti virtuosistiche.
Il recital si chiudeva con Koyunbaba, op. 19 di Carlo Domeniconi (1947), che Desiderio ha voluto dedicare a Roland Dyens, grandissimo chitarrista francese di origini tunisine, scomparso nell’ottobre dello scorso anno.
Riguardo a Domeniconi, nato a Cesena e diplomatosi al conservatorio di Pesaro, si è perfezionato in Germania ed ha anche soggiornato per diverso tempo in Turchia, attirato dal fascino delle tradizioni locali, insegnando al Conservatorio di Istanbul.
Koyunbaba, composto nel 1985, è sicuramente il frutto più noto scaturito da questo periodo e, non a caso, il titolo del brano, tradotto in maniera letterale significa “pastore”, ma risulta anche il nome di un mistico del XIII secolo, e di una regione arida della Turchia sud-orientale, dove abitano i suoi discendenti, sede di una maledizione che colpirebbe chiunque tenti di comprare, affittare o vendere quelle terre.
Nel complesso il maestro Desiderio ha proposto un programma che spaziava dalla metà del Seicento ai giorni nostri, evidenziando grande versatilità, un tocco raffinatissimo e interpretazioni talora molto particolari e suggestive (pensiamo ad esempio ad Asturias), degne di un artista di fama internazionale, supportate da una amplificazione equilibrata, pur se in alcuni casi penalizzante, necessaria per sopperire alle temute perdite di suono legate all’acustica del Teatro di Corte di Palazzo Reale.
Pubblico accorso numerosissimo, a sottolineare la notorietà di un artista, le cui apparizioni a Napoli sono abbastanza rare (non certo per colpa sua), che ha lungamente applaudito Desiderio, chiedendo ed ottenendo un bis, consistente in un esemplare arrangiamento di Roland Dyens della suggestiva e misteriosa Gnossienne n. 1 di Erik Satie, ulteriore e conclusivo omaggio al compianto chitarrista transalpino.
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