Al Festival Barocco Napoletano Enza Caiazzo propone brani per tastiera del Seicento e della prima metà del Settecento

enza-caiazzo-2Il secondo concerto del Festival Barocco Napoletano, rassegna organizzata dal dott. Massimiliano Cerrito (presidente dell’omonima associazione), la cui direzione artistica è affidata al maestro Giovanni Borrelli, ha ospitato la clavicembalista Enza Caiazzo.
In programma una serie di brani legati alla produzione tastieristica di alcuni autori attivi a Napoli nel Seicento e nella prima parte del Settecento.
Apertura nel segno di Gregorio Strozzi (1615 – 1687), con la Sonata II del Settimo Tono naturale e la Mascara sonata e ballata da più cavalieri Napolitani nel Regio Palazzo, entrambe tratte dalla raccolta Capricci da sonare cembali et organi op. 4 (1687).
Nato a San Severino Lucano, Strozzi studiò prima con Frescobaldi e poi, a Napoli, con Giovanni Maria Sabino, acquisendo uno stile influenzato dai suoi maestri, ma che si avvaleva anche di sonorità arabe.
Personalità eclettica, affiancò alla carriera di compositore quella universitaria, in qualità di docente di diritto canonico e diritto civile, ed ecclesiastica, giungendo al titolo di abate.
Sacerdote fu pure il sannita Giovanni Salvatore (1611-1688), nativo di Castelvenere, allievo di Sabino al Conservatorio della Pietà dei Turchini.
Come organista lo troviamo alla Chiesa dei SS. Severino e Sossio (l’attuale Archivio di Stato), nella Basilica di San Lorenzo Maggiore e, verso il 1675, presso la Chiesa del Carmine, incarico abbinato, in questi due ultimi casi, a quello di maestro di cappella.
Primo maestro del Conservatorio della Pietà dei Turchini dal 1662 al 1673, passò poi nel 1675, al Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo, dove insegnò fino al 1688 (presunto anno di morte).
Alla sua produzione appartenevano la Canzona Francese II del Nono Tuono naturale e la Toccata I del Primo Tuono finto, contenute nel primo volume dei Ricercari a quattro voci, canzoni francesi, toccate et versi, risalente al 1641, dedicato ad Adriana Basile, nota cantante e compositrice dell’epoca, sorella del celebre Giambattista.
La seconda parte del concerto è stata rivolta ad Alessandro Scarlatti (1660-1725) ed al figlio Domenico (1685-1757).
Per quanto riguarda Alessandro, considerato fra i padri della scuola napoletana del Settecento, ancora oggi gode nella città partenopea di una discreta fama, ma soprattutto come intestatario di strade, associazioni ed orchestre perché, se ci riferiamo alle numerosissime composizioni, sia vocali (cantate e opere), sia strumentali, risultano in larga parte inedite e manca un progetto organico di recupero e divulgazione delle stesse.
Eppure si tratta di musica di eccezionale valore, come era possibile apprezzare ascoltando la Toccata VII di ottava stesa, scritta nel 1723, ovvero nell’ultimo periodo della sua vita, durante il quale aveva maturato uno stile troppo raffinato, che ormai non andava più incontro ai gusti del pubblico.
Domenico Scarlatti deve invece la costante notorietà alle sue 555 sonate per tastiera, concepite per Maria Barbara di Braganza, figlia del re del Portogallo e moglie del re di Spagna, presso la quale Domenico Scarlatti prestò servizio, prima a Lisbona, dal 1719 al 1727, poi a Madrid tra il 1733 ed il 1757.
Solo le prime 30 furono pubblicate a Londra, nel 1738, presumibilmente sotto la diretta supervisione dell’autore, mentre tutte le altre si desumono da copie manoscritte conservate in due raccolte custodite nella biblioteca Marciana di Venezia ed in quella Palatina di Parma e giunsero in Italia con Farinelli, collaboratore e grande amico di Domenico Scarlatti alla corte madrilena, che li aveva ereditati alla morte della regina.
L’intero corpus delle sonate (fra le quali il maestro Caiazzo ha scelto la K 474 in mi bemolle maggiore, la K 475 in mi bemolle maggiore, la K 268 in si bemolle maggiore e la K 269 in si bemolle maggiore), agli albori del Novecento fu riveduto, corretto e raggruppato secondo ritmi e tonalità da Alessandro Longo, per complessivi dieci volumi stampati da Ricordi, da cui la lettera L che precedeva ogni brano.
Successivamente, nel 1953, uscì un’edizione curata dal musicologo e clavicembalista statunitense Ralph Kirkpatrick, basata sull’ordine cronologico dei vari pezzi, che è quella oggi maggiormente utilizzata, per cui le sonate sono precedute dalla lettera K.
Uno sguardo sull’interprete, per sottolineare la bravura di Enza Caiazzo nell’eseguire brani di notevole difficoltà, in modo molto raffinato e con grande ricchezza di sfumature, superando inoltre le difficoltà legate a problemi di natura climatica, in quanto la meravigliosa Sala del Toro Farnese del Museo Nazionale, sede del concerto, risultava estremamente gelida.
A ciò va aggiunta la proposizione di un programma interessantissimo (chiuso con un bis contemporaneo rivolto a Old Song di Carlo Mormile, presente in sala), che ha portato alla ribalta un Seicento in gran parte sconosciuto, meritevole di riemergere da un colpevole oblio nel quale si trova attualmente.
Si può quindi concludere che, se il Settecento a Napoli fu una stagione irripetibile, lo si deve anche ai numerosi fermenti artistici già presenti in città nel secolo precedente.
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