Il Novecento di Fiorenzo Pascalucci chiude la XXI edizione dei “Concerti di Autunno”

Foto Max Cerrito

Foto Max Cerrito

Con il recital del pianista Fiorenzo Pascalucci si è conclusa la XXI edizione dei “Concerti di Autunno”, rassegna organizzata dalla Comunità Evangelica Luterana di Napoli e affidata alla direzione artistica di Luciana Renzetti, resa possibile grazie a parte dei proventi ricavati dal contributo del 2 per mille alla Chiesa Luterana.
L’artista, nativo di Campobasso, si è confrontato con un programma interamente rivolto a brani di inizio Novecento, partendo da Estampes e Images (I serie) di Claude Debussy (1862-1918).
Il primo, risalente al 1903, risulta formato da Pagodes, La soirée dans Grenade e Jardins sous la pluie.
I tre movimenti evocano rispettivamente l’esotismo orientale, mediante l’uso della scala pentatonica, il colore spagnolo, grazie ad un motivo di habanera, ed infine la pioggia che cade sulle foglie durante un acquazzone autunnale, forse una reminiscenza infantile, in quanto contiene la citazione di due motivi legati ad altrettante filastrocche per bambini (Do, do, l’enfant do and Nous n’irons plus au bois).
Riguardo a Images (I serie), datato 1905, rappresenta una delle vette più alte raggiunte dall’impressionismo e raccoglie Reflets dans l’eau, spesso eseguito come brano a parte, Hommage à Rameau e Mouvements.
Dopo un breve intervallo toccava al clou della serata, Gaspard de la nuit, composto nel 1908 da Maurice Ravel (1875-1937), capolavoro assoluto della letteratura pianistica.
Il musicista transalpino si ispirò all’omonima raccolta del poeta e scrittore Aloysius Bertrand, dalla quale trasse tre movimenti, legati ad altrettante poesie in prosa, che descrivono il canto ammaliatore di una ninfa (“Ondine”), lo scenario dove si è consumata un’impiccagione (“Le Gibet”) e l’apparire e scomparire di un folletto dispettoso (“Scarbo”), dedicandoli, nell’ordine, al pianista londinese Harold Bauer, al critico francese Jean Marnold e al pianista, direttore d’orchestra e compositore svizzero Rudolph Ganz.
Gran finale con la Rhapsody in Blue, probabilmente il brano più famoso di George Gershwin (1898-1937), scritto nel 1924 a seguito di una commissione di Paul Whiteman, a quei tempi direttore di una celebre orchestra di musica leggera.
La “prima” ebbe luogo alla Aeolian Hall di New York, durante un concerto dedicato esclusivamente a brani di autori statunitensi, intitolato An Experiment in Modern Music.
Il pezzo consisteva in una versione per pianoforte e jazz band, dove la parte solistica era interpretata da Gershwin in persona che, non avendo avuto il tempo di completare la partitura (per motivi che qui non possiamo approfondire per ragioni di spazio), fu costretto a improvvisare, mentre quella orchestrale si avvaleva dell’arrangiamento del compositore Ferde Grofé, all’epoca stretto collaboratore di Whiteman.
Posto verso la fine di un concerto quanto mai lungo, il brano divise i critici, ma venne subito apprezzato dal pubblico, al punto che Grofé curò due nuove versioni per orchestra sinfonica della rapsodia (nel 1926 e nel 1942), e altrettante furono le versioni curate da Gershwin (rispettivamente per uno e due pianoforti).
Uno sguardo, ora, su Fiorenzo Pascalucci, che si è dimostrato un interprete molto solido e rigoroso, dotato di un virtuosismo mai fine a se stesso e, oltre a porre in evidenza le differenze e le contiguità fra Debussy e Ravel, ha fatto emergere una sorprendente affinità fra Gershwin e Ravel, percepibile in alcuni passaggi della Rapsodia in blu.
Vanno ancora ricordate le sue brevi ed esaurienti spiegazioni relative ad ognuno dei brani eseguiti, a completamento di un recital molto apprezzato dal numeroso pubblico presente,
terminato con un bis, consistente in Maple Leaf Rag (1899), motivo di maggior successo dello statunitense Scott Joplin.
In definitiva una splendida conclusione dei “Concerti di Autunno”, rassegna giunta alla ventunesima edizione, che anche stavolta ha proposto un cartellone molto originale, portando alla ribalta interpreti giovani, tutti caratterizzati da un elevato spessore artistico ed umano.
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