Il Quartetto di Cremona esegue con grande maestria tre dei sei Haydn-Quartet di Mozart

quartetto-di-cremona-4A partire dal 1782, dopo un intervallo di quasi dieci anni, Mozart tornò a scrivere musica per quartetto d’archi e molto probabilmente questo nuovo interessamento venne indotto dalla pubblicazione, nel 1781, dei Sei quartetti, op. 33 di Haydn.
Non a caso, quest’ultimo fu il dedicatario di una nuova raccolta mozartiana, completata nel 1785, che venne data alle stampe nel medesimo anno dall’editrice viennese Artaria come op. 10, formata anch’essa da sei quartetti, il n. 14 in sol maggiore “La Primavera” K. 387 (1782), il n. 15 in re minore, K. 421 (1783), il n. 16 in mi bemolle maggiore K. 428 (1783), il n. 17 in si bemolle maggiore K. 458 “La Caccia” (1784), il n. 18 in la maggiore K. 464 (1785) ed il n. 19 in do maggiore K. 465 “delle dissonanze” (1785).
I sei quartetti conobbero il loro esordio, in forma privata, al numero 846 della Schulergasse di Vienna, allora residenza del genio di Salisburgo, proposti nelle serate del 15 gennaio e del 12 febbraio 1785.
Entrambe furono presiedute anche da Haydn che, probabilmente, almeno in una delle due occasioni, potrebbe non essersi limitato al ruolo di spettatore, ma aver fornito il suo contributo come violinista.
E’ certo, invece, che l’incontro del 12 febbraio fu particolare, in quanto organizzato per festeggiare l’ingresso di Haydn nella Massoneria e, sempre in tale occasione, quello che è considerato, a ragione, il “padre del quartetto”, si rivolse visibilmente emozionato a Leopold Mozart tessendo le lodi di suo figlio e definendolo “… il più grande compositore che io conosca, di nome o di fatto”.
Gli ultimi tre brani, in ordine cronologico, dell’op. 10, ovvero il K. 458, il K. 464 ed il K. 465, sono stati al centro del nuovo appuntamento, dedicato dall’Associazione Alessandro Scarlatti all’integrale dei quartetti di Mozart, nell’ambito di un progetto iniziato la scorsa stagione e affidato al Quartetto di Cremona, costituito da Cristiano Gualco e Paolo Andreoli (violini), Simone Gramaglia (viola) e Giovanni Scaglione (violoncello).
Fra questi, senza alcun dubbio, il più particolare risulta il K. 465, detto anche “delle dissonanze”, in quanto le prime 22 battute sono contraddistinte da una struttura impensabile per l’epoca, molto affine a quella della musica dei nostri giorni.
Non bisogna meravigliarsi, quindi, se l’incipit fece grande scalpore e provocò aspre polemiche, mettendo Mozart contro la quasi totalità dei critici e musicisti dell’epoca (a parte Haydn, che con la sua lungimiranza si era reso conto del valore della novità introdotta), che lo tacciarono di ignoranza e incompetenza, così come ci fu chi pubblicò la partitura, correggendo i suoi presunti “errori”.
Per quanto riguarda gli interpreti, il Quartetto di Cremona ha ulteriormente confermato di essere un ensemble molto valido, costituito da musicisti bravissimi singolarmente e perfettamente affiatati fra loro.
Inoltre, in questo viaggio attraverso la produzione quartettistica mozartiana, grazie alle loro esecuzioni è stato finora possibile rendersi conto dell’evoluzione avuta dal musicista, nell’ambito di un genere che in quel periodo era considerato un vero e proprio banco di prova per giudicare la validità di un compositore.
Successo finale meritatissimo, tributato da un pubblico abbastanza numeroso, omaggiato da un bis beethoveniano, consistente nel movimento conclusivo del Quartetto per archi n. 9 in do maggiore, op. 59 (terzo dei cosiddetti “Razumovsky”), a degna chiusura di un recital di elevato spessore.
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