Il ciclo “I suoni della storia” propone un intenso appuntamento nel segno di Arriaga e Boccherini

Foto Max Cerrito

Foto Max Cerrito

Nuovo appuntamento a Palazzo Zevallos con “I suoni della storia”, ciclo organizzato dall’Associazione Alessandro Scarlatti e dedicato ad Enrique Granados, morto in seguito all’affondamento del piroscafo Sussex durante la Prima Guerra Mondiale.
Ospiti del concerto il Quartetto Gagliano, formato da Carlo Dumont e Sergio Carnevale (violini), Gianfranco Conzo (viola) e Raffaele Sorrentino (violoncello), il chitarrista Edoardo Catemario, la danzatrice Raffaella Caianiello e l’attore Raffaele Ausiello.
Il programma comprendeva il Quartetto n. 1 in re minore di Juan Crisóstomo de Arriaga (1806 – 1826) ed il Quintetto con chitarra in re maggiore G. 448 “Fandango” di Luigi Boccherini (1743-1805).
Nel primo caso eravamo di fronte ad un autore nativo di Bilbao, oggi poco frequentato, definito per la sua precocità “Il Mozart spagnolo”, che studiò al conservatorio di Parigi con Baillot, Cherubini e Fétis.
Musicista molto promettente, morì a soli vent’anni di tubercolosi, lasciando una produzione che, per quanto esigua, appare sufficiente a testimoniare il suo grande talento.
Per quanto riguarda Boccherini, che fu anche un virtuoso violoncellista, deve la sua notorietà soprattutto ad un minuetto, appartenente al Quintetto n. 5 op. 13 in mi maggiore.
Nativo di Lucca, trascorse più della metà della sua vita a Madrid, fra alterne fortune artistiche ed economiche.
Il Quintetto in re maggiore G. 448, proposto nell’occasione, faceva parte di una serie di brani, concepiti fra il 1798 ed il 1799, su richiesta del marchese di Benavente, mecenate che lo aveva sostenuto in un momento di grande indigenza nonché ottimo chitarrista dilettante.
Per tale motivo, Boccherini pensò di utilizzare movimenti di alcuni suoi quintetti scritti in precedenza (per due violini, viole e due violoncelli), sostituendo il secondo violoncello con la chitarra.
Nel caso del Quintetto G. 448, i primi due tempi derivavano dal Quintetto per archi in re maggiore, op. 10/6 (G. 270) del 1771, mentre il terzo e conclusivo venne tratto dal Quintetto per archi in re maggiore, op. 40/2 (G. 341), che terminava al ritmo di un fandango, giustificando l’appellativo con il quale il brano è passato alla storia.
Uno sguardo ora agli interpreti, iniziando dal Quartetto Gagliano, confermatosi ensemble di elevatissimo valore, caratterizzato dalla bravura dei singoli e dal loro ottimo affiatamento, che ha posto in evidenza la sensibilità e la maturità di Arriaga (si fa fatica a pensare che il quartetto sia opera di un diciassettenne) e la musicalità di Boccherini, ricca di sfumature, suggestioni popolari ed originalità (a proposito di particolarità, vanno segnalati alcuni passaggi di grande virtuosismo affidati al violoncello, contraddistinti da note acute che rimandavano alla vocalità del soprano).
Proseguendo con gli esecutori, il chitarrista Edoardo Catemario ha fornito il suo consueto apporto di solista elegante e raffinato, mostrandosi in perfetta sintonia con il quartetto.
Molto brava anche Raffaella Caianiello che, accompagnandosi al suono delle nacchere, ha esaltato, con le sue sensuali movenze, il movimento finale del quintetto di Boccherini.
Ricordiamo infine Raffaele Ausiello, che fra un brano e l’altro, ha letto con marcata espressività pagine appartenenti alla produzione di Benito Pérez Galdos, Federico García Lorca e Luis Cernuda, fra i maggiori rappresentanti della cultura spagnola dell’Ottocento e del Novecento.
In conclusione un bellissimo concerto, che ha portato alla ribalta un paio di brani cameristici di notevole fattura, concepiti da due autori, come Arriaga e Boccherini, meritevoli di attenzioni maggiori.
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