Il ciclo dell’Associazione Alessandro Scarlatti “I suoni della Storia” apre con un chitarrista rigoroso e raffinato

Foto Max Cerrito

Foto Max Cerrito

Nel 1916 un sottomarino tedesco affondò il piroscafo Sussex, che stava percorrendo il canale della Manica, scambiandolo per un dragamine alleato, provocando la morte di una cinquantina di persone.
Una delle vittime fu il compositore spagnolo Enrique Granados al quale l’Associazione Alessandro Scarlatti ha voluto dedicare, nel centenario della tragedia, il ciclo intitolato “1916: Musiche dal naufragio”, nell’ambito de “I suoni della Storia”, iniziativa partita nel 2014 in concomitanza con l’anniversario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Il concerto inaugurale è stato affidato al chitarrista Stefano Cardi, che ha proposto un programma costituito da trascrizioni e brani originali per chitarra, attinti da un repertorio compreso fra Settecento e Novecento, legato ad autori iberici o attivi in Spagna.
L’apertura era rivolta a quattro sonate (in la maggiore K.208, in mi minore K.263, in la maggiore K.322 e in sol maggiore K.431), tratte dalle 555 che comprendono l’intero corpus della produzione di Domenico Scarlatti (1685-1757), create originariamente per strumenti a tastiera.
Si passava quindi a Fernando Sor (1778 – 1839), barcellonese di nascita, soprannominato dal compositore e musicologo belga Fétis il “Beethoven della chitarra”.
Oltre a quella artistica, intraprese la carriera militare e, quando le truppe napoleoniche conquistarono la Spagna, collaborò con gli invasori per cui, al termine dell’epopea bonapartista, per evitare spiacevoli conseguenze, pensò bene di fuggire a Parigi, dove raggiunse una notevole fama.
In seguito soggiornò anche a Londra e Mosca, ma finì i suoi giorni nella capitale francese e non tornò comunque mai più nel paese che lo aveva visto nascere.
Dalla produzione di Sor abbiamo ascoltato Menuet op.3 (1816), Andantino op.2 n.3 (dai Sei divertimenti, 1813), Andante op.45 n.5 (da Sei pezzi facili “Voyons si c’est ça”, 1831), e Waltz op. 32, n.2 (dai Sei pezzi brevi, 1828, dedicati all’allieva Mademoiselle Wainewright), che hanno fornito un interessante contribuito alla comprensione del suo stile.
Toccava quindi a Granados, con la trascrizione di alcuni pezzi pianistici, appartenenti a Cuentos de la juventud op.1 (raccolta pubblicata nel 1910), aventi come punto di riferimento le “Scene infantili” di Schumann e, come queste ultime, caratterizzati da repentini mutamenti di umore.
Altro celebre compositore iberico fu Federico Moreno Torroba (1891–1982), fra le maggiori e più influenti personalità artistiche del Novecento spagnolo.
Autore prolifico, concepì numerosi lavori per chitarra, fra i quali Aires de la Mancha, commissionatogli da Andrés Segovia nel 1966, anche dedicatario dell’ultimo brano della mattinata, la Suite compostelana di Federico Mompou (1893–1987).
Risalente al 1962, nacque dalla fusione tra i motivi della tradizione spagnola, in particolare galiziana, e la “musica callada” (musica silenziosa), appellativo con cui si usava contraddistinguere il particolare stile dell’autore, rispecchiante la sua indole.
Nel complesso un programma piacevole e raffinato, che il maestro Stefano Cardi ha eseguito con grande bravura, evidenziando un tocco molto elegante, ricco di sfumature, esaltato anche dalla buona acustica della sala situata al piano terra del Palazzo Zevallos Stigliano, prestigiosa sede del concerto.
Pubblico numeroso, fra i quali abbiamo scorto anche diversi chitarristi, venuti a salutare ed applaudire un apprezzato collega, e meritato successo conclusivo, suggellato da un bis consistente in una sonata di Mateo Albéniz, autore attivo fra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, non imparentato col più noto Isaac.
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