“Musica nel Corpo di Napoli” si conclude con le emozioni di “Partenopeincanto” fornite dal trio Curti Giardina-D’Esposito-Cardone

PartenopeincantoL’ultimo appuntamento della rassegna “Musica nel Corpo di Napoli” ha riportato sulla scena del Museum Shop il trio formato da Francesca Curti Giardina (voce), Salvatore D’Esposito (chitarra) e Gennaro Cardone (mandolino).
Il concerto, dal titolo “Partenopeincanto”, è iniziato con la celeberrima ‘O paese d’ ‘o sole, musicata da Vincenzo D’Annibale su un testo di Libero Bovio.
Il motivo esordì nel 1925, interpretato da Lida Leda, giovane cantante dell’epoca, ed è in seguito entrato nel repertorio di molti artisti di fama internazionale, fra i quali ricordiamo Di Stefano, Del Monaco, Carreras e Pavarotti.
La successiva ‘E spingule francese (1888) derivava da un antico canto popolare campano, riproposto dal duo Di Giacomo-De Leva, mentre Voce ‘e notte, risalente al 1904, si avvaleva di un motivo scritto da Ernesto De Curtis per accompagnare le rime autobiografiche di Edoardo Nicolardi (il poeta si era innamorato, corrisposto, della figlia di un ricco commerciante, ma quest’ultimo si era opposto alle nozze perché lo considerava uno squattrinato).
Finora abbiamo parlato di autori specializzati nella creazione di motivi indimenticabili, ma va ricordato anche il contributo di celebri compositori, che si sono confrontati con tale genere, come Gaetano Donizetti, che nel 1835 scrisse Me voglio fa’ ‘na casa.
Anche Palummella zompa e vola origina dal settore classico, in quanto il motivo è ispirato ad un’aria dell’opera buffa “La Molinarella” di Niccolò Piccinni, datata 1766.
La versione attuale venne pubblicata da Teodoro Cottrau nel 1873 a suo nome, ma ne esisteva anche un’altra, caratterizzata da un testo di protesta contro gli invasori piemontesi.
Si passava quindi alla celeberrima Torna a Surriento (1902), commissionata in fretta e furia ai fratelli Gian Battista ed Ernesto De Curtis, dal sindaco dell’epoca Guglielmo Tramontano, per ingraziarsi l’allora Presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli, in visita a Sorrento, e chiedergli di risollevare le sorti di un paese che versava in pessime condizioni economiche.
Un amore non corrisposto sarebbe invece alla base della scanzonata ‘A tazza ‘e cafè (1918), scaturita dall’incontro fra Giuseppe Capaldo, poeta ed ex cameriere (la protagonista della canzone era molto probabilmente la cassiera di uno dei locali dove aveva lavorato), ed il cavalier Vittorio Fassone, alunno di Eduardo Di Capua, collaboratore di diverse case editrici musicali, ed anche proprietario di una fabbrica di pianole, che vendeva ed affittava.
Toccava poi a Luna rossa, di Vincenzo De Crescenzo e Antonio Vian (pseudonimo di Antonio Viscione), che esordì durante la Piedigrotta del 1950, interpretata da Giorgio Consolini accompagnato dall’orchestra di Nello Segurini.
Il successo fu strepitoso ed immediato in tutto il mondo, al punto che il testo conobbe una quarantina di differenti versioni, fra le quali quella in lingua inglese, denominata “Blushing Moon”, cavallo di battaglia di Frank Sinatra.
In questa panoramica non poteva mancare Renato Carosone, uno degli autori che nel dopoguerra riuscì a infondere nuova linfa alla canzone napoletana.
La sua Maruzzella, composta sulle parole di Enzo Bonagura e pubblicata nel 1955, rappresenta una dedica alla moglie e diede il titolo anche ad uno dei primi “musicarelli”, ovvero quei film di produzione italiana, basati su una trama esile, nati soprattutto per promuovere le canzoni e gli artisti del momento.
Al 1957 risaliva Resta cu’ mme di Domenico Modugno, frutto della collaborazione con Dino Verde e una delle sue incursioni più significative in ambito partenopeo.
Il programma ufficiale del concerto si chiudeva con un altro capolavoro degli albori del Novecento, ‘O surdato ‘nnammurato (1915) di Aniello Califano ed Enrico Cannio, dove si descrive lo struggimento di un giovane soldato della prima guerra mondiale, inviato al fronte, che ricorda la sua amata donna ora lontanissima da lui.
Nel complesso un programma molto ben congegnato, che alternava sapientemente pagine di grande intensità sentimentale a motivi disimpegnati, tutti contraddistinti da una ricca aneddotica, sulla quale si è brevemente soffermata Francesca Curti Giardina, che ha anche curato la scelta dei brani da eseguire e la loro successione.
Dal punto di vista esecutivo, la cantante, avvicinatasi solo recentemente a questo tipo di musica, ha confermato di essere un’artista poliedrica, caratterizzata da gusto ed eleganza.
Le sue interpretazioni sono apparse sempre misurate e prive di quelle forzature, che ormai contraddistinguono in massima parte chi oggi si confronta con questo genere, solo apparentemente semplice, e che finiscono per far dimenticare ai tantissimi appassionati la vera essenza della canzone napoletana.
Molto bravi anche Gennaro Cardone che, con il suo mandolino ha contribuito a creare un’atmosfera d’altri tempi e Salvatore D’Esposito, la cui chitarra ha svolto una funzione simile a quella del basso continuo barocco, supportando al meglio i due colleghi.
Pubblico numeroso ed entusiasta, che ha chiesto a gran voce il bis ed è stato accontentato con un trittico comprendente Chella llà (testi di Umberto Bertini, musica di Vincenzo Di Paola e Sandro Taccani), cantata da Teddy Reno nel film “Totò, Peppino e…la malafemmina”, ma portata poi al successo da Carosone, Era de Maggio (1885), concepita dall’illustre binomio formato da Salvatore Di Giacomo e Mario Pasquale Costa, e Reginella (1917), frutto dell’incontro fra un altro duo prestigioso, costituito da Libero Bovio e Gaetano Lama.
In definitiva una serata emozionante e piacevole, che ci auguriamo si possa ripetere a breve,  ottima chiusura di una rassegna, “Musica nel Corpo di Napoli”, nata per mettere in evidenza l’immenso patrimonio artistico partenopeo.
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