Due pianisti d’altri tempi alla Sacrestia del Vasari per l’Amalfi Coast Music & Arts Festival

Cappella del Vasari
Dopo l’allestimento delle “Nozze di Figaro” di Mozart, il secondo appuntamento napoletano dell’Amalfi Coast Music & Arts Festival, tenutosi sempre nella splendida Sacrestia del Vasari, è stato rivolto alla musica pianistica.
Due gli eventi, uno pomeridiano e l’altro serale, che hanno visto avvicendarsi alcuni dei docenti delle masterclass legate alla rassegna.
Il concerto serale ha avuto come protagonista una coppia leggendaria, formata da Jerome Lowenthal, premiato al “Busoni” nel 1957 e al “Queen Elisabeth” nel 1960, attualmente in forza alla Juilliard School, e Ursula Oppens, vincitrice del Premio Busoni nel 1969, che ha ottenuto anche ben quattro nomination ai Grammy Awards (l’ultima delle quali proprio nel 2016 con un cd della Cedille Records, inciso insieme a Lowenthal, dedicato alle 36 variazioni su “El pueblo unido” di Frederic Rzewsky).
Il programma si apriva sotto il segno di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), con la Fantasia in fa minore K. 608.
Il brano apparteneva, in origine, ad un gruppo di tre composizioni, create fra il 1790 ed il 1791, su richiesta del conte viennese Joseph Deym von Střítež, per essere suonate dal Flötenuhr (organo meccanico, collegato ad un orologio, che si attivava tutti i giorni alla stessa ora), collocato nel mausoleo fatto costruire dal nobile in onore del feldmaresciallo Gideon von Laudon, conquistatore di Belgrado.
Il rullo originale si perse, ma la partitura è sopravvissuta in quanto, nel 1799, fu stampata una versione per pianoforte a quattro mani (probabilemnte curata dallo stesso Mozart), edita dalla casa editrice viennese Traeg.
Con un salto di due secoli si passava a Two Diversions, interpretato dalla Oppens, scritto nel 1999 da Elliott Carter (1908-2012), uno dei grandi protagonisti della musica americana del Novecento.
Nella sua lunghissima carriera, Carter ha inizialmente seguito il neoclassicismo stravinskiano per poi orientarsi, a partire dagli anni ‘50, verso uno stile personalissimo, di carattere sostanzialmente atonale e molto complesso, per il quale è stato coniato il termine di “modulazione metrica”, a causa della continua variazione di ritmo che si riscontra all’interno di ogni suo pezzo.
Chiusura della prima parte con Aubade, “Concerto coreografico” del francese Francis Poulenc (1899-1963), composto in seguito ad una commissione degli amici e mecenati Marie-Laure and Charles de Noailles, che ospitarono nel dicembre 1929 l’esordio del brano nella loro villa.
Sorta di connubio fra concerto, balletto e pezzo cameristico, venne creato per pianoforte e 18 strumenti, ma conobbe anche una riduzione per pianoforte solo, ad opera dello stesso Poulenc (quella proposta al concerto), che disse di aver preso come fonte di ispirazione le immagini pittoriche della cosiddetta “Scuola di Fontainebleau”.
Il lavoro è incentrato sull’inizio di giornata della dea Diana, che ha il cuore in subbuglio, ma non può venire meno al voto di castità, per cui confronta la sua grama vita sentimentale con quella delle numerose amiche, che invece passano senza problemi da un amore all’altro.
Dopo un breve intervallo, toccava alla Fantasia in fa minore K. 594 di Mozart, anch’essa scritta per il Flötenuhr del mausoleo edificato in memoria del feldmaresciallo Gideon von Laudon ma, a differenza della K. 608, la versione per pianoforte a quattro mani venne pubblicata a Lipsia da Breitkopf & Härtel nel 1800.
Si ritornava quindi a Carter con Two Thoughts About the Piano (nella esecuzione della Oppens), brano denso di sonorità, risalente al periodo 2005-2006, indice della lucidità di un autore all’epoca quasi centenario.
Ultimo pezzo della serata, Souvenirs, op. 28 per pianoforte a quattro mani, datato 1951 e tratto dalla produzione di un altro musicista statunitense, Samuel Barber (1910-1981), oggi celebre soprattutto grazie all’Adagio per archi, utilizzato nella colonna sonora del film di Oliver Stone “Platoon”.
Come recita il titolo, si tratta di ricordi, suddivisi in sei brevi movimenti, pieni di nostalgia abbinata ad un discreto humour, riferiti alla New York degli albori del Novecento.
Nel complesso un programma interessantissimo, costituito da composizioni di raro e rarissimo ascolto, con una precisa affinità fra prima e seconda parte, compresi i due brani posti a chiusura che, pur se di autori ed anni differenti, sono poi entrati entrambi nel repertorio legato alla danza.
Riguardo agli interpreti, sia Jerome Lowenthal (classe 1932), sia la più giovane Ursula Oppens, appartengono ad un tipo di pianismo sempre più difficile da riscontrare e che, per quel poco che ci è dato conoscere in questo ambito, sarà difficilmente rinverdito dalle nuove generazioni di esecutori.
Entrambi hanno evidenziato chiarezza del suono, grande energia ed anche raffinate sfumature in brani che, a prima vista, ne sembrerebbero privi, o per il loro contenuto prettamente celebrativo, come quelli mozartiani, oppure rientranti in una contemporaneità, tesa più a ricercare effetti sonori che a trasmettere emozioni, quali i pezzi di Carter.
Forse quest’ultima peculiarità è quella che ha impressionato maggiormente, al punto che, a differenza del consueto, il pubblico è riuscito a tollerare anche i lavori più moderni, prova ne sia che nessuno ha abbandonato la sala.
In conclusione, anche questo secondo appuntamento napoletano dell’ Amalfi Coast Music and Arts Festival ha confermato la bontà di una rassegna, che ogni anno propone musica e musicisti di elevata qualità.
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