Il duo Cataldi-dell’Aversana propone insolite trascrizioni di melodie napoletane dal Cinquecento all’Ottocento

Duo Cataldi-Dell'Aversana 2Nuovo appuntamento, al Museum Shop, con la rassegna Convivio Armonico di Area Arte, che questa volta ha ospitato la flautista Renata Cataldi ed il chitarrista Gianni dell’Aversana.
Il concerto, dal titolo “Tra villanelle e tarantelle”, ha proposto alcune trascrizioni per flauto e chitarra di celebri motivi legati alla tradizione partenopea, risalenti ad un arco di tempo compreso fra Cinquecento e Ottocento, partendo da ‘Sto core mio del franco-fiammingo Orlando di Lasso, che soggiornò a Napoli fra il 1549 ed il 1552.
Continuando nell’excursus storico, si passava ad una Tarantella di anonimo del Seicento, seguita da “So’ le sorbe e le nespole amare”, da “Lo cecato fauzo” (Il falso cieco), commedia per musica allestita nel 1719 al Teatro dei Fiorentini, che segnò l’esordio operistico di Leonardo Vinci.
Era quindi la volta di Domenico Cimarosa con ‘A serenata ‘e Pulecenella, mentre Me voglio fa’ ‘na casa di Gaetano Donizetti, datata 1835, apriva l’ampia panoramica sul periodo d’oro della canzone napoletana.
Così abbiamo ascoltato una serie di motivi celeberrimi, da L’addio a Napoli e Santa Lucia di Teodoro Cottrau, intervallati da La tarantella (di Florimo-De Lauzieres), a Funiculì funiculà, frutto dell’incontro fra il giornalista Giuseppe Turco ed il compositore Luigi Denza, concepito per promuovere la neonata funicolare che portava al Vesuvio e presentato con enorme successo alla Piedigrotta 1880.
Non poteva mancare qualche riferimento al grande poeta Salvatore Di Giacomo, presente con la struggente Era de maggio (1885), scritta in coppia con Mario Pasquale Costa, e la vivace ‘E spingule francese (1888), su musica di Enrico De Leva, ispirata a un vecchio canto popolare campano.
Altro binomio prestigioso, quello formato da Vincenzo Russo e Edoardo di Capua, autori di Maria Marí (1899) e dellautobiografica, per Russo, I’ te vurria vasà, legata ad una sua infelice storia d’amore.
La serata si chiudeva con La Danza, tarantella di Gioachino Rossini, su testo del conte Carlo Pepoli, contenuta nella raccolta Soirées musicales (1830–1835).
Veniamo ora ai protagonisti, Renata Cataldi al flauto e Gianni dell’Aversana alla chitarra, autore quest’ultimo degli ottimi e complessi arrangiamenti, che partivano dal presupposto di sostituire la voce umana con il flauto, evitando nel contempo di snaturare l’essenza dei motivi originali.
Un compito difficile, svolto alla perfezione, che metteva in evidenza come le canzoni napoletane dell’epoca d’oro, pur se destinate alla fruizione popolare, costituiscano piccoli capolavori, lontani anni luce dalla banalità e dall’approssimazione che contraddistingue buona parte della musica leggera di oggi.
Per tale motivo, Renata Cataldi ha dovuto mantenere una continua tensione, paradossalmente superiore a quella necessaria per eseguire, ad esempio, una Fantasia di Carulli destinata al medesimo organico.
Il risultato complessivo è consistito in una prova maiuscola, dove il duo ha evidenziato tutto il suo elevato spessore artistico, mostrando un perfetto affiatamento.
Pubblico entusiasta che ha chiesto un bis, ottenendone due.
Il primo era tratto da una Serenata del pugliese Mauro Giuliani (1781-1829), virtuoso della chitarra che finì i suoi giorni a Napoli, mentre il secondo consisteva nella celeberrima “Torna a Surriento” (1902), frutto di una estemporanea commissione ai fratelli Gian Battista ed Ernesto De Curtis, da parte del sindaco di allora Guglielmo Tramontano che, volendo ingraziarsi il Presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli in visita a Sorrento, per invogliarlo a ritornare gli dedicò questa canzone.
In conclusione un concerto di alto livello, che ha aperto un filone inedito, relativo alle trascrizioni per flauto e chitarra delle canzoni napoletane, meritevole di essere diffuso e ampliato.
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