Alla Gran Galleria del Museo Duca di Martina due briosi intermezzi di Domenico Scarlatti e Domenico Sarro

Da sinistra verso destra Angelo Bonazzoli, Ilaria Iaquinta, Rosario Natale e Giuseppe Zarbo

Da sinistra a destra: Angelo Bonazzoli, Ilaria Iaquinta, Rosario Natale e Giuseppe Zarbo

Nati nel Settecento per essere eseguiti fra un tempo e l’altro delle opere serie, gli intermezzi finirono per divenire più celebri dei lavori ai quali erano abbinati (un nome per tutti “La serva padrona” di Pergolesi, ancora oggi molto famosa, a differenza de “Il prigionier superbo”, opera alla quale era abbinata).
Due significativi esempi di questo genere sono stati proposti in altrettanti allestimenti, nell’ambito della rassegna “Musica per Carlo, le meraviglie del settecento in Floridiana”, svoltasi nella Gran Galleria del Museo Duca di Martina e organizzata dall’Associazione Musicale Golfo Mistico, in collaborazione con il polo Museale della Campania e l’Associazione Progetto Museo.
Il primo era incentrato su “La Dirindina”, di Domenico Scarlatti (1685-1757), che si avvaleva dei testi di Girolamo Gigli e avrebbe dovuto esordire insieme al melodramma “Ambleto”, al Teatro Capranica di Roma durante il Carnevale del 1715.
Ma la particolarità della trama, molto pungente nei confronti dell’ambiente musicale, provocò un discreto malumore nel settore, per cui l’intermezzo (o “farsa per musica”, come era stata chiamata da Scarlatti) venne censurato e sostituito da due asettici “Intermedj Pastorali”.
In effetti, la vicenda attorno alla quale ruota “La Dirindina”, pur nella sua esilità, pone in evidenza diverse storture del campo artistico (purtroppo sempre attuali), dalla ragazza bella, ma completamente priva di talento, al maestro di canto anziano (rappresentato in questo caso da Don Carissimo), che cerca di entrare in qualche modo nelle sue grazie.
Vi è poi un “terzo incomodo” piuttosto particolare, ovvero il castrato Liscione, che mostra qualcosa di più di una simpatia verso l’aspirante cantante, e le indicherà come conquistare la platea, sopperendo con l’avvenenza alle scarse doti artistiche.
Il tutto accompagnato, come per ogni farsa che si rispetti, da una girandola di equivoci, che alla fine costringeranno un rassegnato Don Carissimo ad imporre ai due un improbabile matrimonio riparatore.

Il maestro Ivano Caiazza fra il basso Antonio De Lisio e il soprano Ilaria Iaquinta

Il maestro Ivano Caiazza fra il basso Antonio De Lisio e il soprano Ilaria Iaquinta

Meno trasgressivo, ma altrettanto divertente, il secondo intermezzo dal titolo “La furba e lo sciocco” di Domenico Sarro (1679-1744), su testi di Giovanni Ambrogio Migliavacca, inserito nel dramma “Artemisia”, che ebbe la “prima” nel 1731 al Teatro San Bartolomeo di Napoli.
Qui siamo di fronte ad una ragazza giovane, bella e povera (Sofia), che conta di uscire dalle ristrettezze economiche sposando un ricco nobiluomo, il Conte Barlacco.
Questi, invaghitosi della fanciulla, si reca nella sua casa con l’intento di chiederla in moglie, ma la trova in compagnia di un giovane molto avvenente.
E’ solo la prima delle tante astuzie, tipicamente femminili, alle quali ricorrerà Sofia per raggiungere con successo lo scopo che si era prefisso, arrivando perfino a travestirsi da ufficiale ussaro, per mettere alla prova i sentimenti del conte.
E veniamo ai protagonisti, partendo dal soprano Ilaria Iaquinta, che ha magnificamente ricoperto entrambi i ruoli femminili, evidenziando una splendida voce e una notevole presenza scenica.
Molto bravi anche il contraltista Angelo Bonazzoli (Liscione), e i bassi Rosario Natale (Don Carissimo) e Antonio De Lisio (Conte Barlocco), calatisi perfettamente nei panni dei rispettivi personaggi interpretati.
Per quanto riguarda la parte strumentale, ottima è risultata la prova dell’ Orchestra da Camera “La Real Cappella di Napoli”, diretta con grande esperienza dal maestro Ivano Caiazza.
Ricordiamo, infine, il maestro Filippo Zigante, che ha curato la regia e, prima dell’inizio di ogni spettacolo, ha fornito al pubblico una serie di notizie relative ai due intermezzi, e Giuseppe Zarbo, responsabile dell’allestimento scenico.
Pubblico numerosissimo, che si è divertito, partecipando emotivamente alle due vicende, ed ha apprezzato sia gli artisti che le musiche, eseguite in un ambiente apparso particolarmente adatto per questo tipo di rappresentazione.
L’augurio conclusivo è che, quanto prima, si possano ascoltare, nella medesima sede, altri esempi di un genere come l’intermezzo, caratteristico di un periodo irripetibile quale è stato il Settecento musicale napoletano.
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