Una leggenda dell’arpa alla Sala Scarlatti del Conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli

Foto Max Cerrito

Foto Max Cerrito

L’arpista francese Elizabeth Fontan-Binoche si è recentemente esibita nella Sala Scarlatti del Conservatorio napoletano di San Pietro a Majella, a chiusura della masterclass da lei tenuta fra il 20 ed il 23 giugno.
Il recital ha avuto inizio con la Passacaglia di Georg Friedrich Händel (1685-1759), movimento conclusivo della Suite in sol minore n. 7 HWV 432, che i meno giovani ricorderanno in quanto era fra le musiche utilizzate dalla Rai come sottofondo degli intervalli televisivi.
Il successivo brano consisteva in un arrangiamento del compositore e arpista scozzese John Thomas (1826-1913) sul motivo della celeberrima aria “Una furtiva lagrima” da “L’elisir d’amore” di Donizetti.
Si passava, poi, al repertorio francese, con l’Impromptu per arpa in re bemolle maggiore, op. 86 di Gabriel Fauré (1845-1924), risalente al 1904, che ha preceduto il clou della serata, ovvero la Sonatine, op. 30 (1924) e l’impressionistico Vers la source, dans le bois (1922), entrambi di Marcel Tournier (1879-1951), prestigioso docente della Fontan-Binoche.
Chiusura con due brani moderni, ma molto moderati di Fariborz Lachini (1949), iraniano residente in Canada che ha studiato alla Sorbona.
Riguardo all’interprete, non possiamo che ammirare la sua incommensurabile energia ed una bravura assoluta, rapportata ad un’età imprecisata, contraddistinta da un tocco delicato e raffinato, abbinato ad un ricorso molto raro allo spartito, segno di una memoria ancora lucidissima.
Se, a questo, aggiungiamo il caldo infernale della serata, è quasi scontato affermare di avere avuto il privilegio di  ammirare una leggenda dell’arpa.
Spettatori piuttosto numerosi, che la Fontan-Binoche ha voluto ringraziare al termine della serata, per il particolare calore ricevuto.
Da parte nostra, calorosità a parte, il pubblico ci è apparso fortemente indisciplinato e poco attento, nonostante la presenza di appassionati (o presunti tali), che dovrebbero avere appreso, in tanti anni di “militanza”, che una sonata consta di almeno tre movimenti (per cui applaudire fra un tempo e l’altro, oltre a massacrare un brano, è segno di grande ignoranza e può far perdere la concentrazione all’esecutore, cosa puntualmente avvenuta).
Ma è probabile che il programma non l’abbiano nemmeno consultato, perché è stato trasformato immediatamente in ventaglio (per cui consigliamo, in prossime occasioni estive, di distribuirlo già in quella foggia, magari anche privo di indicazioni dei brani, tanto non li legge nessuno).
Non va dimenticato, inoltre, un poderoso “tweet”, verso la fine del concerto, e persone che sbraitavano ad alta voce, lamentandosi del caldo, a coronamento di una serata nella quale, come ormai troppo spesso accade, si è potuto toccare con mano la netta differenza di livello fra l’interprete e chi lo ascolta.
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