La stagione dell’Associazione Musica Libera chiude con una intensa Antologia della canzone Napoletana

Antologia Napoletana 2Il periodo compreso fra la prima metà dell’Ottocento e gli anni a ridosso della fine del secondo conflitto mondiale, viene considerato quello relativo all’età d’oro della canzone classica napoletana.
In questo secolo, o poco più, sono nati quasi tutti i motivi che, una volta conclusa l’irripetibile stagione barocca settecentesca, hanno contribuito a rinverdire i fasti musicali della città partenopea nel mondo.
Si può quindi comprendere come, in un contesto dove i capolavori non si contano, selezionarne una decina, per allestire un concerto, risulti un compito improbo.
Un problema con il quale si è sicuramente confrontato anche il maestro Lucio De Feo, nel momento in cui ha arrangiato una serie di brani, proposti al pubblico (insieme a caffè e biscottini) in una nuova edizione dell’Antologia della canzone Napoletana.
Il concerto, tenutosi al Centro Culturale Domus Ars, nell’ambito della stagione organizzata dall’Associazione Musica Libera, era affidato alle voci di Valentina Fusaro e Francesca Curti Giardina, accompagnate da un quartetto alquanto insolito, composto da flauto, clarinetto, chitarra e contrabbasso.
Apertura quanto mai indovinata con ‘O sole mio, musicata da Edoardo Di Capua, che scrisse il motivo durante un soggiorno ad Odessa, dove soggiornava con il padre, violinista in un’orchestra locale.
Per il testo Di Capua si affidò a Giovanni Capurro, giornalista responsabile della pagina culturale del quotidiano “Il Roma”, e la canzone partecipò, nel 1898, ad un concorso indetto dalla casa editrice Bideri, arrivando soltanto seconda.
Una volta pubblicata, però, riscosse un successo strepitoso, al punto da essere oggi universalmente conosciuta e amata.
Va ancora ricordato che, nonostante sia stata data alle stampe più di un secolo fa, la canzone non è ancora di dominio pubblico in quanto, nel 2002, è stato stabilito che il compositore e mandolinista Alfredo Mazzucchi, morto nel 1972, partecipò alla stesura del brano.
Il tutto per la gioia degli eredi e, soprattutto, della casa Bideri, che fino al 2042 (70 anni dalla morte di Mazzucchi) continuerà a godere dei relativi diritti d’autore.
La successiva Era de maggio (1885) risultava il frutto dell’incontro fra Salvatore Di Giacomo ed il compositore Mario Pasquale Costa, un binomio prestigioso che produsse nel 1887 anche Luna Nova (pure eseguita durante il concerto) e Oje Carulì (1885), ascoltata dal musicista finlandese Jean Sibelius durante uno dei suoi soggiorni in Italia, ed in seguito da lui arrangiata per voce, pianoforte e coro.
Con Dduje paravise, su testo di Ciro Parente, si entrava quindi nel mondo di E. A. Mario (il cui vero nome era Giovanni Ermete Gaeta), passato alla storia anche per il patriottico “La leggenda del Piave”, che utilizzò vari pseudonimi nella sua attività di paroliere, compositore e giornalista, in quanto, come impiegato delle Regie Poste Italiane, rischiava di mettere in cattiva luce l’istituzione per la quale lavorava.
La successiva e scanzonata ‘A tazza ‘e cafè (1918) era il frutto del connubio fra Giuseppe Capaldo, poeta con un passato da cameriere, ed il cavalier Vittorio Fassone, figura caratterizzata da un alto grado di eclettismo, che aveva studiato con Eduardo Di Capua ed era un grande appassionato della canzone napoletana, al punto da collaborare con diverse case editrici del settore e portare avanti una fabbrica di pianole, che vendeva ed affittava.
Ritornando su Salvatore Di Giacomo, accanto alla già citata “Era de maggio” e ad altre liriche di grande romanticismo, il celebre poeta produsse anche testi pieni di vivacità, come ‘E spingule francese (1888), su musica di Enrico De Leva, ispirato a un vecchio canto popolare campano.
Il concerto proseguiva con una serie di canzoni d’amore (corrisposto o meno), cominciando da Voce ‘e notte, pubblicata nel 1904, dove il testo di Edoardo Nicolardi, autobiografico, venne musicato da Ernesto De Curtis.
Era poi la volta di Maria Marí (1899) di Vincenzo Russo e Edoardo di Capua, la celeberrima Passione (1934) di Libero Bovio, su musica di Ernesto Tagliaferri e Nicola Valente, e Dicitencello vuje (1930), di Enzo Fusco e Rodolfo Falvo.
Gran finale con Funiculì funiculà, nata dalla penna del giornalista Giuseppe Turco, che coinvolse Luigi Denza, allievo di Mercadante e di Paolo Serrao al Conservatorio di Napoli, per dare vita ad un motivo, presentato con enorme successo durante la Piedigrotta 1880.
Il suo scopo principale era quello di far conoscere, alla popolazione locale e ai turisti di tutto il mondo, l’esistenza della neonata funicolare, che portava alle falde del Vesuvio, costruita l’anno precedente, ma che quasi nessuno utilizzava, preferendo per l’ascesa muli e portantini.
Il brano attirò l’attenzione anche di altri autori di musica classica, quali Richard Strauss e Alfredo Casella, che lo inserirono rispettivamente nel poema sinfonico “Aus Italien”, op. 16 e in Italia, rapsodia per grande orchestra, op. 11.
Come si comprende da questa descrizione, ricca di nomi prestigiosi, sia per la parte poetica, sia per quella musicale, risultava tutt’altro che agevole il compito prefissatosi dal maestro De Feo, di arrangiare alcuni celebri motivi del repertorio classico partenopeo, ma possiamo affermare che è stato svolto nel migliore dei modi, grazie ad una notevole abilità, abbinata ad una sviscerata passione per la canzone napoletana (testimoniata da brevi spiegazioni e aneddoti, che il maestro ha raccontato prima di ogni brano, purtroppo senza l’ausilio di un microfono).
A ciò va aggiunto l’ottimo apporto di Valentina Fusaro e Francesca Curti Giardina, entrambe dotate di voci molto belle, che si sono alternate sul palcoscenico, e talora hanno duettato, dando vita ad interpretazioni di estremo equilibrio, evitando, per intenderci, gli scempi ai quali sono sempre più spesso sottoposti questi capolavori, da parte di cantanti o presunte tali, dedite ad una teatralizzazione esasperata, già di per sé deplorevole, che tende a nascondere grande povertà esecutiva e scarsa sensibilità.
Bravissimi anche i componenti del quartetto, la flautista Arianna Onorato, il clarinettista Alfredo Apuzzo, il chitarrista Giancarlo Sanduzzi ed il contrabbassista Gennaro Pupillo, solisti di elevato valore, che hanno evidenziato notevole affiatamento fra loro e perfetta intesa con le due cantanti.
In conclusione un ultimo appuntamento che conferma la validità di una rassegna, quella organizzata dall’Associazione Musica Libera, che si è mossa cercando di andare incontro ai gusti del pubblico, ma sempre anteponendo la qualità a tutto il resto.
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