Il Maggio della Musica aggiunge un nuovo tassello all’integrale della musica da camera di Brahms

Foto Flaviana Frascogna

Foto Flaviana Frascogna

Prosegue, nell’ambito della rassegna “Maggio della Musica”, il Festival Brahmsiano, dedicato all’integrale della musica da camera del compositore tedesco, che si concluderà il prossimo anno.
Il recente appuntamento prevedeva l’esecuzione del Trio in do minore per archi e pianoforte, op. 101 e del Quartetto per pianoforte n. 2 in la maggiore op. 26, affidati a Michele Campanella ed ai fratelli David e Diego Romano (rispettivamente al violino ed al violoncello), con l’aggiunta della viola di Raffaele Mallozzi nel secondo brano.
Relativamente alle due composizioni, la prima risaliva al 1886, scritta durante una delle tante estati produttive dell’autore, che quell’anno aveva scelto di soggiornare ad Hofstetten, località svizzera sul lago di Thun.
Un lavoro, quindi, della piena maturità, che ebbe l’immediata approvazione di Clara Schumann e conobbe l’esordio nel dicembre dello stesso anno a Budapest, eseguito da un trio formato da Jenő Hubay al violino, David Popper al violoncello e Brahms medesimo al pianoforte.
Dal canto suo il Quartetto op. 26 (1861), è considerato un brano di passaggio fra un modo di comporre ricco di impeti talora incontrollati, tipici dell’età giovanile, e una concezione più pacata, contraddistinta da una struttura complessiva maggiormente organizzata ed ordinata.
Per quanto riguarda i protagonisti, la prima parte è stata caratterizzata da alcuni problemi, legati innanzitutto al posizionamento del pubblico, disposto non a ferro di cavallo ma lungo l’intera sala.
Una soluzione scelta per aumentare la capienza, in previsione, rivelatasi fondata, di un’affluenza di pubblico superiore al normale.
Ciò ha penalizzato inizialmente l’insieme in quanto, per far giungere a tutti le note del pianoforte, spesso il suono degli archi risultava coperto, per cui non sempre si è riusciti a trovare il giusto equilibrio.
In più, a causa del caldo e della forte umidità, gli archi hanno mostrato una discreta sofferenza.
Dopo l’intervallo, la seconda parte è stata preceduta da un simpatico scambio di battute fra Michele Campanella e David Romano, che hanno brevemente spiegato ai presenti come si costruisce un’esecuzione, quando si incontrano/scontrano un pianoforte e degli archi.
E, sulla scia di queste delucidazioni, l’interpretazione del quartetto è risultata semplicemente straordinaria, con una ricchezza di sfumature ed un affiatamento perfetto, che ci hanno proiettato nel mondo musicale di Brahms.
Un vero peccato, quindi, che i musicisti siano stati costretti ad interrompere il concerto nel bel mezzo dell’idilliaco terzo movimento, a causa di un cellulare che ha squillato per un tempo infinito, perché la sua proprietaria non riusciva a spegnerlo, o sperava, forse, che la chiamata terminasse (roba da sprofondare dalla vergogna, ma non ci risulta che la signora si sia scomposta più di tanto, e ha continuato imperterrita a seguire come se nulla fosse accaduto).
E tale discorso ci riporta ad una costante ormai sperimentata da tantissimi anni, ovvero che il pubblico delle grandi occasioni è sempre quello peggiore.
In effetti, oltre all’episodio eclatante appena descritto, abbiamo avvertito molti altri squilli di cellulari, fortunatamente interrotti quasi subito, così come è stata confermata una teoria da noi formulata diverso tempo fa, e ancora validissima, concernente le funzioni da “buco nero” del pavimento della veranda di Villa Pignatelli, che riesce ad attirare gli oggetti più disparati, portati in sala dagli spettatori (occhiali, chiavi, libri, borse, bastoni, ecc.).
Grande e meritato successo finale, con una parte del movimento conclusivo del quartetto suonata come bis, in una serata che ha aggiunto un altro significativo contributo al completamento del Festival Brahmsiano.
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