Nel Salone delle Feste del Museo di Capodimonte gli allievi del Dipartimento di Musica Antica “Pietà dei Turchini” fanno rivivere le cantate in lingua napoletana

Foto Giuseppe Balsamo

Foto Giuseppe Balsamo

Nel Salone delle Feste del Museo di Capodimonte e, il giorno dopo, in replica alla Sala Scarlatti del “San Pietro a Majella”, si è svolto un nuovo appuntamento, curato dal Conservatorio, nell’ambito della rassegna “Maggio…Senti nell’aria Napoli Capitale”, affidato al maestro Antonio Florio ed ai suoi allievi del Dipartimento di Musica Antica “Pietà dei Turchini”.
Il concerto era incentrato su alcune cantate in lingua napoletana di autori in gran parte poco conosciuti, attivi a Napoli nella prima metà del Settecento, che fornirono un significativo contributo ad un genere considerato il precursore dell’opera buffa.
Apertura con Sfogandose ‘no juorno del partenopeo Giuseppe Porsile (1680-1750), che studiò con Gaetano Greco al Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo, debuttando nella città natale come operista.
Il successivo Oh, cielo, oh ammore di Giulio Cesare Rubino (fine sec. XVII – XVIII) aveva come dedicataria Donna Clelia Caracciolo, Marchesa d’Arena, per cui era caratterizzato da un testo poetico serio, molto lontano dall’ironia di tutti gli altri pezzi proposti, compresa la cantata, sempre dello stesso autore Lena, mo si ca propeto, ascoltata come penultimo brano in programma.
Pochissime le notizie su Niccolò Grillo, a parte una fonte che lo cita come direttore del Conservatorio di Sant’Onofrio a Porta Capuana fino al 1723 (ma non si sa a partire da quando).
A lui appartenevano le cantate Non me credeva proprio e Non se po’ cchiù – Sassate alle betriate, quest’ultima posta a chiusura dell’intero concerto.
Notissimo, invece, Alessandro Scarlatti (1660-1725) e abbastanza famosa la sua cantata per tenore e basso continuo “Ammore, brutto figlio de Pottana”, unica sua incursione nel genere.
Ultimo autore considerato, il napoletano Nicola Sabino, vissuto a Napoli a cavallo fra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, del quale si sa veramente poco, tranne che fu maestro di Cappella del Conservatorio di Sant’Onofrio a Porta Capuana fra il 1699 ed il 1702.
Nell’ambito della scarsa produzione sopravvissuta, spicca la cantata a voce sola e basso continuo Non cchiù Ciccillo mio, ricca di verve e doppi sensi.
Per quanto riguarda gli interpreti, il nutrito gruppo di solisti comprendeva, in ordine di esecuzione, Federica Pagliuca (soprano), Angela Gaetana Giannotti (contralto), Magdalena Szymanska (soprano), Leopoldo Punziano (tenore), Daniela Salvo (mezzosoprano), Daniela Fontana (mezzosoprano) e Olga Cafiero (soprano), che non si sono risparmiati, fermo restando una comprensiva differenza fra chi è abituato da anni a calcare i palcoscenici e chi, invece, comincia a muovere adesso i primi passi.
Molto bravi anche Carlo Maria Barile, Angelo Trancone e Luigi Trivisano, che hanno accompagnato i solisti, alternandosi ai due cembali.
In conclusione un concerto, tenutosi in una splendida cornice, di notevole interesse storico-musicale, sia per gli autori proposti, sia per i brani eseguiti, ennesima conferma della grandezza della scuola napoletana del Settecento.
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