Una leggenda italiana del violoncello al “Maggio della Musica”

Foto Flaviana Frascogna

Foto Flaviana Frascogna

Il secondo appuntamento del “Maggio della Musica” ha ospitato, nella veranda neoclassica di Villa Pignatelli, il grande violoncellista Franco Maggio Ormezowski, accompagnato al pianoforte dalla figlia Emanuela.
In apertura è stata proposta la Sesta Sonata in la maggiore per violoncello e pianoforte, di Luigi Boccherini (1743-1805), pubblicata dall’editore londinese Bemner nel 1771, che nei suoi due movimenti, lento il primo (adagio), veloce il secondo (allegro), riassume in miniatura lo stile dell’autore.
Con la Sonata in si minore op. 8 per violoncello solo di Zoltán Kodály (1882-1967), si entrava in un mondo completamente diverso, al cospetto di uno dei pezzi più complessi di tutto il repertorio dedicato allo strumento.
In questo brano, creato nel 1915, ma eseguito, a causa degli eventi bellici, soltanto nel 1918, il compositore ungherese si ispirò sia a Debussy che al connazionale Bartók, ai quali aggiunge numerosi elementi del folklore magiaro, da lui lungamente studiato, facendo a tratti emergere passaggi ripresi decenni dopo dalla musica rock.
Giusto per rendere ancora più difficoltosi gli sforzi dell’esecutore, la sonata venne concepita per un violoncello accordato secondo una doppia alterazione, consistente nell’abbassare di un mezzo tono le due corde corrispondenti al sol e al do, in modo da ampliare l’estensione dello strumento.
Dopo una sosta più che meritata, la seconda parte è iniziata con un classico della letteratura cameristica, la Sonata in la minore D. 821 di Franz Schubert (1797-1828), datata 1824, nota anche come “Arpeggione”.
Il soprannome è dovuto al fatto che, in origine, il brano era destinato ad uno strumento, inventato dal liutaio viennese Johann Georg Stauffer e fortemente sponsorizzato dal virtuoso violoncellista Vincenz Schuster, definito arpeggione, sorta di incrocio fra violoncello e chitarra.
La sua diffusione non ebbe, però, il successo sperato e, come unica testimonianza, è rimasta questa composizione, per arpeggione e pianoforte, pubblicata postuma nel 1871, che ha conosciuto numerose versioni, la più nota delle quali sostituisce tale strumento ibrido con il violoncello.
Chiusura con il breve e scoppiettante Allegro appassionato in si minore, op. 43 di Camille Saint-Saëns (1835-1921), scritto nel 1875, poco tempo dopo il matrimonio del musicista con Marie Laurie Emilie Truffot, e dedicato nel 1875 all’amico violoncellista Jules-Bernard Lasserre.
Veniamo quindi al protagonista assoluto della serata, Franco Maggio Ormezowski, osservando innanzitutto che fa un certo effetto trovarsi di fronte, in carne ed ossa, un musicista il cui nome ricorre nelle biografie di tanti bravi violoncellisti italiani, che con lui si sono perfezionati.
Ma, a differenza di prestigiosi interpreti, che oggi vivono praticamente di rendita, sfruttando esclusivamente la notorietà acquisita in un passato ormai lontano, Ormezowski ha dimostrato di avere ancora molto da dire, dando vita ad una esecuzione straordinaria sia del monumentale brano di Kodály, sia del pezzo schubertiano, suonato con una lievità e raffinatezza senza pari.
Un plauso merita anche la pianista Emanuela Maggio, molto brava a tenere testa al padre, con il quale forma un duo affiatatissimo.
Pubblico numeroso ed entusiasta, che ha chiesto ed ottenuto un bis, consistente nel secondo (Langsam) dei Fünf Stücke Im Volkston, op. 12 di Schumann, gran finale per un concerto di elevatissimo livello.
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