Il Maggio della Musica si apre con una splendida serata brahmsiana affidata al Quartetto d’Archi della Scala

Foto Flaviana Frascogna

Foto Flaviana Frascogna

Dopo la parentesi dello scorso anno al Salone Margherita, il Maggio della Musica, affidato alla direzione artistica del maestro Michele Campanella, è ritornato nella sede abituale di Villa Pignatelli, dove si svolgerà l’intera rassegna 2016.
Per l’inaugurazione della nuova stagione, la diciannovesima, è stato chiamato il Quartetto d’Archi della Scala, ensemble di grande livello, formato da Francesco Manara e Daniele Pascoletti (violini), Simonide Braconi (viola) e Massimo Polidori (violoncello).
In programma i due Quartetti per archi op. 51, n. 1 in do minore e n. 2 in la minore di Johannes Brahms (1833 – 1897), dedicati all’amico medico Theodor Billroth e completati nel 1873 a Tutzing in Baviera, durante una delle numerose estati produttive che caratterizzarono la vita musicale del grande compositore.
L’approccio di Brahms al quartetto per archi fu tardivo, se si eccettua un lavoro giovanile poi distrutto, e costellato dagli stessi dubbi e ripensamenti avuti nel momento in cui decise di scrivere la prima sinfonia.
Non è un caso che le notizie iniziali legate al Quartetto in do minore risalgano al 1866, così come va ricordato che, dopo i due brani dell’op. 51, il suo apporto a tale genere cameristico si esaurì tre anni dopo con l’op. 67 in si bemolle maggiore.
Ma, nonostante l’esiguità, il contributo di Brahms appare fondamentale, grazie a composizioni che, nonostante risultino debitori della visione beethoveniana, finiscono per essere lo specchio di stati d’animo personali, esposti utilizzando una complessità ed una densità difficilmente raggiunte nella storia del quartetto.
Confrontatosi con questi due capolavori, il Quartetto d’Archi della Scala ha evidenziato un affiatamento perfetto ed una assoluta bravura dei singoli, abbinati ad un’interpretazione di elevatissimo spessore, che sottolineava la tessitura quasi sinfonica dei due pezzi brahmsiani.
Si è anche compreso, al termine del concerto, che i Quartetti dell’op. 51 difficilmente sono proposti in pubblico perché, da una parte abbisognano (in particolare il n. 1 in do minore) di un’attenzione fuori dal comune da parte dell’ascoltatore e, dall’altra, costringono i solisti ad uno sforzo enorme e ad una tensione costante, che non tutti gli ensemble si possono permettere.
Sala pienissima e grande successo di pubblico, salutato da un bis mozartiano (Molto allegro, movimento conclusivo del Quartetto n. 14 in sol maggiore K 387, primo della raccolta dedicata ad Haydn) che, paragonato ai monumenti brahmsiani, è parso come assaggiare uno spumantino frizzante dopo aver bevuto un corposo vino d’annata.
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