Ai “Concerti di Primavera” il duo Graziosi-Andriotti propone due capolavori della cameristica di inizio Ottocento e Novecento

Foto Max Cerrito

Foto Max Cerrito

La pianista Emanuela Graziosi ed il violoncellista Paolo Andriotti sono stati i protagonisti del penultimo appuntamento con i “Concerti di Primavera”, rassegna organizzata dalla Comunità Evangelica Luterana di Napoli e affidata alla direzione artistica di Luciana Renzetti.
Due i brani in programma, la Sonata in la minore D.821 di Franz Schubert (1797 – 1828) e la Sonata in sol minore, op. 19 di Sergej Rachmaninov (1873-1943).
La prima, risalente al 1824, è passata alla storia con l’appellativo di “Arpeggione”, in quanto creata per uno strumento che allora si stava affacciando sulla scena musicale, sorta di incrocio fra violoncello e chitarra, chiamato anche “chitarra d’amore”, inventato dal liutaio viennese Johann Georg Stauffer e fortemente sponsorizzato dal virtuoso violoncellista Vincenz Schuster.
La sua diffusione non ebbe il successo sperato, in quanto i primi a non volerlo utilizzare furono gli strumentisti per i quali era stato pensato.
Come unica testimonianza rimase questa composizione, pubblicata postuma nel 1871, che ha conosciuto versioni per differenti organici, ma la più nota rimane quella per violoncello e pianoforte.
Dal canto suo, la sonata di Rachmaninov, è datata 1901 e segna la definitiva uscita dell’autore russo dal lunghissimo stato di depressione, con relativo blocco compositivo, causato dall’insuccesso ottenuto nel 1897 dalla sua Sinfonia n. 1.
L’op. 19 venne scritta solo pochi mesi dopo il celeberrimo Concerto per pianoforte ed orchestra n. 2, ed esordì a Mosca a inizio dicembre, con l’autore al pianoforte e il talentuosissimo Anatoliy Brandukov, dedicatario del brano, al violoncello.
Rachmaninov, volendo sottolineare l’equilibrio da lui concepito fra i due strumenti, tese sempre a definire questo suo pezzo Sonata per violoncello e pianoforte e non, genericamente, Sonata per violoncello.
Veniamo ora a Emanuela Graziosi e Paolo Andriotti, che hanno dato vita ad una buona interpretazione di entrambi i brani, evidenziando un discreto affiatamento.
Sicuramente il pezzo di Rachmaninov ha riscosso maggiore curiosità da parte del pubblico perché, a differenza dell’ “Arpeggione”, va annoverato fra i brani di rara proposizione.
Il concerto si è poi chiuso con un raffinato e romantico bis chopiniano, consistente nel terzo movimento della Sonata per violoncello in sol minore, op. 65, fra le pochissime incursioni chopiniane nell’ambito del repertorio per violoncello e pianoforte.
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