Convivio Armonico di Area Arte apre la XV edizione fra Barocco Napoletano e Laude medievali

Foto Max Cerrito

Foto Max Cerrito

La quindicesima edizione di Convivio Armonico, organizzata da Area Arte Associazione, ha avuto inizio con due appuntamenti.
Il primo, al Museum Shop, consisteva in un’anteprima della sezione, che partirà a fine aprile, dedicata alla “Musica antica nel Corpo di Napoli”, mentre il secondo, svoltosi nella Basilica di San Francesco di Paola, rientrava nella parte della rassegna intitolata “I suoni della Basilica – Suoni nei luoghi Sacri”.
Il concerto tenutosi al Museum Shop, affidato all’Ensemble “Le Musiche da Camera”, era intitolato “T’aggio voluto bene” – Cantate, Arie e Sonate in Lengua Napoletana tra Seicento e Settecento, e proponeva una serie di autori, molti dei quali poco conosciuti, che contribuirono ai fasti della musica a Napoli, in un periodo nel quale la città partenopea rappresentava uno dei centri artistici più prestigiosi d’Europa.
Così, l’apertura era dedicata ad Andrea Falconiero (ante1670 – c. 1698), la cui biografia presenta numerosi vuoti, ma pare accertato che la sua carriera di compositore e liutista fu portata avanti in numerose corti, fra le quali, in diverse riprese, anche quella di Napoli.
Dalla sua produzione abbiamo ascoltato due “brandi”, esempi di una danza medievale (branle) nata in Francia tra il XV ed il XVI secolo.
Con l’ Aria Amorosa a violino e basso, si evidenziava un altro importantissimo autore napoletano, Nicola Matteis (ca. 1640 – dopo 1714), del quale si sa ancora meno di Falconiero, tranne che si spostò a Londra intorno al 1670, dove fu apprezzato per il suo virtuosismo violinistico e portò avanti tutta la sua carriera.
Napoletano era anche Nicola Sabini (1675?1705), che fu maestro di Cappella del Conservatorio di Sant’Onofrio a Porta Capuana fra il 1699 ed il 1702 e, nell’ambito della scarsa produzione sopravvissuta, spicca la cantata a voce sola e basso continuo Non cchiù ciccillo mio.
La successiva Sonata op. 2 n. 5 a violino solo e basso continuo apparteneva a Michele Mascitti (1664 – 1760), nato a Villa San Michele (Chieti) e spostatosi a Napoli per studiare con suo zio Pietro Marchitelli, primo violino della Reale Cappella.
Nella medesima compagine Mascitti ricoprì il ruolo di “violino soprannumerario” che abbandonò nel 1704, quando intraprese un lungo giro che terminò a Parigi, dove ben presto si guadagnò una fama duratura come interprete ed autore, entrando nelle grazie della famiglia reale e acquisendo, poi, anche la cittadinanza francese nel 1739.
Fra i privilegi ottenuti, uno dei più importanti fu quello di stampare tutte le sue composizioni e, per tale motivo, i manoscritti e gli spartiti di Mascitti sono conservati in Francia, dove è sicuramente molto più noto che da noi.
Era poi la volta dell’aria che ha dato il titolo all’intera serata, “T’aggio voluto bene”, di Gaetano Latilla (1711 – 1788 ), barese che studiò al Conservatorio di Sant’Onofrio a Porta Capuana, e iniziò e chiuse la sua carriera nella città partenopea, dopo essere stato attivo soprattutto a Roma e Venezia.
Del napoletano Emanuele Barbella (1718-1777) era invece Alla veneziana (dalla Sonata III a violino e basso continuo).
Allievo del Conservatorio di S. Maria di Loreto, dove insegnava anche il padre Francesco, Barbella ebbe una prestigiosa carriera sia come violinista, sia come docente, ma la sua relativa notorietà si deve soprattutto alle amicizie strette con i componenti della comunità inglese a Napoli, per cui lo troviamo più volte citato nel volume “Viaggio musicale in Italia” del britannico Charles Burney.
Una nuova incursione nella produzione di Matteis con il Ground after the Scotch humour a violino e basso, metteva in evidenza un pezzo particolare che, basandosi su una melodia di basso ostinato (ground bass), si chiudeva con delle vere e proprie stonature, affidate in particolare al violino.
Ultimo brano in programma, Sfogandose no juorno, cantata sopra l’arcecalascione, di Giuseppe Porsile (1680 – 1750), napoletano che studiò con Gaetano Greco al Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo, debuttando nella città natale come operista.
La sua carriera proseguì alla corte di Barcellona ed in seguito, fra alterne fortune, a Vienna, dove soggiornò dal 1711 alla fine dei suoi giorni.
Per quanto riguarda gli interpreti, l’Ensemble Barocco “Le Musiche da Camera” di Napoli, formato nell’occasione da Rosa Montano (mezzosoprano), Egidio Mastrominico (violino di concerto), Leonardo Massa (violoncello) e Debora Capitanio (clavicembalo) ha dato vita ad un concerto di alto livello, frutto di una lunga esperienza (il gruppo è vicino ai 25 anni di vita), abbinata a incessanti ricerche, in un ambito, quello del Seicento e Settecento, fonte ancora oggi di continue sorprese.

Foto Max Cerrito

Foto Max Cerrito

Dal Barocco Napoletano al Medioevo, con il concerto che ha avuto luogo nella Basilica Reale e Pontificia di S. Francesco di Paola.
Al centro della serata il Laudario 91 di Cortona, codice manoscritto risalente al XIII secolo, attualmente conservato nella cittadina in provincia di Arezzo, che contiene una serie di composizioni, legate principalmente al calendario liturgico, delle quali 46 con notazioni musicali, e rappresenta la più antica raccolta di musica in lingua volgare.
Considerata la vicinanza con la Pasqua, sono stati scelti i brani rivolti agli episodi della Passione, nella revisione moderna di Ciro Visco, eseguiti da un organico, diretto da Rosa Montano, che per la parte vocale si avvaleva delle ottime voci dei soprani Daniela Esposito (Maria) e Claudia Zinno (Maddalena), del baritono Ciro Astarita (Giuda) e del soprano Imma Gaudiello (Improperi a Giuda), e del discreto apporto del coro “I Cantori del Plebiscito”, mentre Lucia Stefanelli Cervelli ricopriva il ruolo di voce narrante.
La parte strumentale era invece curata dal Musica Minima Ensemble, compagine abbastanza insolita ma molto ben assortita e affiatata, costituita da Vincenzo Leurini (tromba), Antonio Di Somma (trombone), Egidio Mastrominico (violino), Laura Francesca Mastrominico (percussioni) e Maura Salierno (organo).
Per rendere più suggestivo l’insieme, tutti i partecipanti erano vestiti a lutto, in modo da rendere l’atmosfera quanto più vicina a quella che presumibilmente si respirava durante le processioni medievali del Venerdì Santo, nell’ambito di una tradizione che sopravvive ancora oggi in alcuni paesi della nostra penisola.
In conclusione due serate che segnano un ottimo inizio di una rassegna che ci accompagnerà nei prossimi mesi, caratterizzata da un programma ricco ed interessante.
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