Il Quartetto di Cremona si confronta ottimamente con i quartetti “viennesi” di Mozart

Foto Vincenzo Moccia

Foto Vincenzo Moccia

Prosegue, nell’ambito della stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti, la proposizione, in ordine cronologico, dei Quartetti per archi di Wolfgang Amadeus Mozart, affidata al Quartetto di Cremona, formato da Cristiano Gualco e Paolo Andreoli (violini), Simone Gramaglia (viola) e Giovanni Scaglione (violoncello).
Questo secondo appuntamento, tenutosi come il primo nel Teatrino di Corte del Palazzo Reale di Napoli, ha posto in evidenza il gruppo di sei quartetti, catalogati K. 168-173, definiti anche “viennesi” in quanto furono scritti durante un breve soggiorno nella città austriaca, fra agosto e settembre 1773, dove l’autore era giunto insieme al padre Leopold, che cercava per il figlio una sistemazione più consona rispetto a quella ottenuta nella natia Salisburgo.
E’ certo che Mozart a Vienna ebbe modo di conoscere le ultime raccolte dei Quartetti di Haydn (l’op. 17 e l’op. 20), rimanendone molto colpito, al punto da voler seguire questa nuova strada, che lo allontanava dallo stile e dalla struttura dei quartetti, definiti “milanesi”, che risalivano ad appena pochi mesi prima.
Così nella suddivisione dei movimenti passò da tre a quattro, inserendo un minuetto in seconda o terza posizione e, talora, come nel Quartetto in re minore K. 173, il musicista si avvalse anche di elementi contrappuntistici.
In complesso si trattò di un momento di sperimentazione dagli esiti non esaltanti e, per tale motivo, la maggior parte dei critici tende a preferire di gran lunga i quartetti precedenti, frutto di una freschezza giovanile, che nei “viennesi” appare offuscata da un’elevata dose di pedanteria, unita ad un certo disorientamento.
Lo stesso Mozart si rese probabilmente conto, una volta terminata la raccolta, di come fosse difficile comporre un buon quartetto d’archi, anche alla luce della produzione presente in quel periodo, avente Haydn quale imprescindibile punto di riferimento.
Non è quindi casuale che, se si eccettuano alcuni brani dove il flauto sostituisce il primo violino, concepiti a partire dal 1777, su richiesta del flautista dilettante olandese Ferdinand Dejean e di chiara destinazione salottiera, Mozart sarebbe tornato al quartetto soltanto diversi anni dopo, dando vita ad una raccolta, dedicata ad Haydn e completata nel 1785, ancora oggi considerata fra gli apici di questo genere cameristico.
Uno sguardo conclusivo sul Quartetto di Cremona che, confrontatosi con brani piuttosto disomogenei, ha confermato quanto di buono aveva espresso nel primo concerto dell’integrale mozartiano, facendo comprendere, in questi due appuntamenti, come i primi tredici quartetti di Mozart risultino soprattutto indicatori di un percorso evolutivo piuttosto lungo (se raffrontato alla vita di Mozart) e abbastanza sofferto, che sarebbe poi sfociato nella creazione di assoluti capolavori.
Pubblico numeroso e incappottato, a causa della temperatura inspiegabilmente fredda del Teatro di Corte, che ha mostrato di gradire molto l’esibizione del Quartetto di Cremona, ottenendo come interessantissimo bis la trascrizione mozartiana della Fuga in re maggiore BWV 874 (dal secondo libro del “Clavicembalo ben temperato” di Bach), contenuta nelle Cinque fughe per quartetto d’archi K. 405, ideale continuazione del movimento finale del Quartetto K. 173.

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