“I Concerti dell’Accademia” propongono un confronto fra Mozart e la Scuola Napoletana grazie all’ensemble “Gli Otiosi”

Foto Max Cerrito

Foto Max Cerrito

Una formazione molto in voga nel periodo classico era quella avente come base il quartetto per archi, con il flauto al posto del primo violino.
Le partiture relative a tale organico, concepite soprattutto per i flautisti dilettanti, prevedevano passaggi esclusivamente solistici, anche se ragioni puramente commerciali fecero sì che numerosi quartetti d’archi fossero scritti in modo tale da poter sostituire il primo violino con il flauto o l’oboe.
Considerando la destinazione prettamente amatoriale, il repertorio legato ai quartetti per flauto ed archi, che in Europa attirò l’attenzione di molti autori, il più delle volte ebbe esiti di scarso valore.
Vi furono però delle eccezioni, alcune delle quali sono state proposte dall’ensemble “Gli Otiosi”, formato da Alessandra Castellano (flauto), Giuseppe Guida (violino), Paola Emanuele (viola) e Manuela Albano (violoncello) nel primo appuntamento della stagione 2016 de “I Concerti dell’Accademia”, rassegna affidata alla direttore artistica del maestro Giovanni Borrelli.
La mattinata si è aperta con i Divertimenti VI e V in sol maggiore di Giovanni Paisiello (1740-1816), tratti dai Sei Quartetti, op. 23, tutti in forma bipartita, il cui titolo ci fa comprendere come all’epoca non si facessero distinzioni fra “divertimento” e “quartetto”.
Il successivo Quartetto in sol maggiore K 285a di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), era frutto di una commissione, ricevuta dal flautista dilettante olandese Ferdinand Dejean, relativa a “tre piccoli, facili e brevi concerti, oltre a un paio di quartetti con flauto”, come scrisse il genio di Salisburgo in una lettera al padre, per un compenso totale di 200 fiorini (le cose andarono poi diversamente in quanto Mozart non portò a termine interamente il suo compito, ricevendo solo 96 fiorini).
Per quanto riguarda il Quartetto K. 285a, il cui manoscritto originale risulta perduto, venne pubblicato a Vienna postumo, e in parti separate che prevedevano, insieme ai due movimenti andante e minuetto, l’inserimento dell’allegro appartenente al Quartetto in re maggiore K 285.
Dopo un brevissimo intervallo, è stata la volta del Quartetto in sol maggiore di Domenico Cimarosa (1749-1801), tratto da una raccolta di sei quartetti databile intorno al 1770.
Chiusura con il Quartetto in re maggiore, dai 6 quartetti per flauto op. 4 di Federigo Fiorillo (1755-1823?), nato a Brunswick in Germania, dove il padre Ignazio, napoletano, trascorse l’ultima parte della sua carriera.
Federigo, a differenza del genitore, non compose opere ma solo musica strumentale, e ancora oggi è ricordato per una raccolta di 36 studi o capricci per violino solo, risalenti, come i quartetti per flauto, agli anni ’80 del Settecento.
Uno sguardo ora ai protagonisti, per sottolineare la bravura di un quartetto molto affiatato e contraddistinto da ottime individualità, capaci di evidenziare al meglio brani di rarissimo ascolto, esaltati dalla splendida acustica della chiesa di S. Gennaro all’Olmo, che hanno fornito una discreta idea del valore dei compositori della scuola napoletana (Paisiello, Cimarosa e, per influenza paterna, Fiorillo), posti a confronto con Mozart.
Pubblico numeroso ed entusiasta, che ha chiesto a gran voce il bis, consistente in un Rondo, appartenente ad un altro quartetto mozartiano, con il quale “Gli Otiosi” hanno chiuso in grande stile un concerto di altissimo livello, sia per i brani proposti, sia per la qualità degli interpreti.
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