Dal Quartetto Emerson una grande lezione di musica da camera

Foto Max Cerrito

Foto Max Cerrito

A distanza di tre anni il Quartetto Emerson è tornato a calcare il palcoscenico dell’Auditorium di Castel S. Elmo, presentando una novità nella sua formazione.
Lo storico ensemble statunitense, ha infatti cambiato violoncellista dal 2013, sostituendo David Finckel (costretto a lasciare a causa dei suoi numerosissimi impegni musicali e organizzativi) con Paul Watkins, andato ad affiancarsi ai violinisti Philip Setzer e Eugene Drucker ed al violista Lawrence Dutton, che fanno parte della compagine fin dalla fondazione, avvenuta nel 1976.
Due i brani in programma, il Quartetto in la minore op. 51 n. 2 di Johannes Brahms (1833–1897) e il Quartetto in sol maggiore op. post. 161 D. 887 di Franz Schubert (1797-1828), entrambi capisaldi della letteratura cameristica.
Il primo appartiene ad un dittico, completato e pubblicato nel 1873, che segna un fondamentale apporto del compositore tedesco ad un genere dal quale fu perennemente tormentato, e che comunque frequentò poco (in totale, oltre ai due quartetti dell’op. 51, rispettivamente in do minore ed in la minore, Brahms ne scrisse solo un terzo, in si bemolle maggiore, op. 67, nel 1876).
L’op. 51 ebbe comunque una genesi lunga e travagliata in quanto, iniziata molto probabilmente nel 1866.
Dedicatario dei due pezzi fu il chirurgo Theodor Billroth, amico di Brahms e musicista dilettante, e la prima esecuzione pubblica del Quartetto in la minore ebbe luogo alla Singakademie di Berlino, affidata al Quartetto Joachim.
Il Quartetto in sol maggiore D. 887, che rappresenta il quindicesimo ed ultimo dei quartetti schubertiani, risale invece al 1826.
Composto in appena dieci giorni, tempo sbalorditivamente esiguo, se si pensa alla sua complessità, non ha mai avuto molta fortuna, a differenza del quartetto precedente, in re minore D. 810,  oggi noto anche come “La morte e la fanciulla”.
Il primo movimento venne eseguito nel 1828 dal Quartetto Schuppanzigh, durante l’unico concerto viennese dedicato a Schubert quando ancora era vivo.
Si dovette poi attendere il 1850 per la prima esecuzione completa, avvenuta sempre a Vienna, a cura del Quartetto Hellmesberger, mentre soltanto l’anno successivo la composizione fu pubblicata da Diabelli come op. postuma 161.
Uno sguardo, ora, sul Quartetto Emerson, che ha dato vita ad un’esecuzione di straordinario valore, per nitidezza, raffinatezza d’interpretazione e affiatamento, tenendo anche presente le difficoltà legate ai due brani, quello brahmsiano caratterizzato sicuramente da sonorità particolari e, per i suoi tempi, piuttosto innovative (peculiarità sottolineata da Schoenberg nel suo saggio “Brahms il progressista”), quello schubertiano quasi sinfonico e molto lungo, al punto che facilmente si rischiano cali di tensione.
Inoltre risultava palpabile la curiosità di vedere all’opera Paul Watkins, anche perché David Finckel, venuto più volte a Napoli negli scorsi anni, era ormai diventato un beniamino del pubblico locale.
A tal proposito va detto che la prova di Watkins è stata splendida e il suo innesto, oltre ad essere perfettamente riuscito, sembra aver infuso nuova linfa ad un quartetto che comunque sta per compiere 40 anni.
Pubblico molto numeroso e estremamente soddisfatto, omaggiato con un bis molto particolare, magistralmente eseguito, consistente in una versione per quartetto d’archi di un corale bachiano, catalogato come BWV 668a, che la tradizione vuole sia stato dettato dal sommo musicista sul letto di morte a un suo fedele amico.
In realtà, per quanto suggestivo, l’episodio risulta completamente inventato, poiché il motivo contenuto in tale corale si ritrova già nell’Orgelbüchlein (Wenn wir in höchsten Nöten sein BWV 641) e venne sia aggiunto da un anonimo copista ai diciassette preludi corali di Lipsia (catalogato come BWV 668), sia posto a chiusura dell’Arte della Fuga (BWV 668a), dove fu però abbinato ad un altro testo luterano, Vor deinen Thron tret’ich hiermit (Davanti al tuo trono io mi presento), per supportare la veridicità del racconto.
Concludendo, una serata di altissimo livello, che precede un altro appuntamento attesissimo della stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti, relativo al ritorno a Napoli di Jordi Savall e del suo gruppo Hespèrion XXI.
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