“I Concerti dell’Accademia” riprendono con un trio prestigioso ed un programma inusuale

Foto Max Cerrito

Foto Max Cerrito

Nella splendida cornice della chiesa di San Gennaro all’Olmo sono recentemente ricominciati “I Concerti dell’Accademia”, affidati ai maestri Giovanni Borrelli (Direttore artistico) e Carmine Matino (Direttore di produzione).
Ospiti della serata inaugurale di questo nuovo ciclo Luca Iovine (clarinetto), Manuela Albano (violoncello) e Dora Cantella (pianoforte), che hanno proposto un repertorio di raro ascolto.
L’apertura è stata rivolta ad una versione del Trio K. 498 in mi bemolle maggiore di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), dove il violoncello sostituiva la viola della partitura originale.
Il brano venne scritto nel 1786 per un organico mai concepito fino a quel momento (clarinetto, viola e pianoforte), frutto di una combinazione dovuta all’amicizia dell’autore austriaco con il grande clarinettista Anton Stadler e della contemporanea presenza, fra le sue allieve, della giovanissima e talentuosa pianista Franziska Jacquin (figlia del barone Nikolaus von Jacquin, scienziato olandese anch’egli amico di Mozart.
Passato alla storia come Kegelstatt-trio (“Trio dei birilli”), in quanto sembra che lo stesso compositore abbia aggiunto sullo spartito la dicitura “composto mentre si giocava a birilli”, il lavoro esordì nella casa del nobile, affidato ad una formazione costituita da Anton Stadler al clarinetto, Mozart alla viola e la Jacquin al pianoforte.
Con i Drei Stücke si è passati a Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847) o, per essere più precisi, a tre suoi brani nella versione per clarinetto, violoncello e pianoforte curata da Ernst Naumann (1832-1910), personaggio eclettico in campo musicale, oggi praticamente sconosciuto, al quale si devono numerosi arrangiamenti anche di musiche bachiane.
Nel caso dei Drei Stücke, Naumann utilizzò il Preludio n. 4 (dai Sei Preludi e Fughe, op. 35), e due “Romanze senza parole” (op. 53 n. 2 in mi bemolle maggiore e op. 38 n. 6 in la bemolle maggiore).
Ultimo brano in programma il Trio Pathétique in re minore per clarinetto (o violino), fagotto (o violoncello) e pianoforte di Michail Glinka (1804-1857), che risale al 1832, quando l’autore studiava composizione al Conservatorio di Milano.
Alle origini del trio vi sarebbe una storia d’amore finita male, da cui l’aggettivo “Patetico” con il quale è passato alla storia.
Aneddotica a parte, il brano risulta influenzato dall’ambiente che circondava il musicista e non presenta quei caratteri distintivi, legati alla tradizione russa, che lo avrebbero reso in seguito celebre presso i suoi connazionali.
Uno sguardo ora ai protagonisti, che hanno confermato la loro indiscutibile bravura, evidenziando un affiatamento perfetto, difficile da ottenere quando si incontrano strumenti così diversi.
In particolare vanno rimarcate le sonorità pastose e morbide del clarinetto di Luca Iovine ed il timbro nitido e ricco di sfumature del violoncello di Manuela Albano.
A ciò aggiungiamo l’ottima prova della pianista Dora Cantella che, oltre ad interagire senza alcun problema con due colleghi abituati a suonare spesso insieme (nell’ambito di formazioni cameristiche più ampie), è riuscita, quasi miracolosamente, a sfruttare al massimo uno strumento apparso più affine al clavicembalo che al pianoforte (il che lo rendeva adatto al brano mozartiano, molto meno a quello di Glinka).
Pubblico numerosissimo e giustamente entusiasta, al quale il trio ha offerto come bis la trascrizione di una “Romanza senza parole” di Mendelssohn, ad opera di Dora Cantella, che ha chiuso nel migliore dei modi un concerto di elevato spessore.
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