Giovedì 18 giugno al Teatro di Palazzo Donn’Anna presentazione del libro di Uto Ughi “Quel diavolo d’un trillo”

Locandina presentazione libro di Uto UghiGiovedì 18 giugno, alle ore 18.30, presso il Teatro di Palazzo Donn’Anna appena restaurato, Massimo Fargnoli incontra il violinista Uto Ughi, per la presentazione del suo libro Quel diavolo d’un trillo edito da Einaudi.
Nell’occasione verrà anche proiettato il documentario “Uto Ughi-una vita in Musica” prodotto dalla Rai, a cura di Natascia Chiarlo.
Introdurrà la serata, portando i saluti della Fondazione Ezio De Felice che ospita la serata nella sua prestigiosa ed incantevole sede proprio sul mare di Posillipo, la professoressa Marina Colonna.

«Si creò un buon giro di amici, strumentisti dilettanti che erano soliti riunirsi con il maestro Coggi a casa di mio padre per far musica insieme. Eseguivano il repertorio cameristico con passione. Io avevo circa tre anni: quando a sera arrivavano gli ospiti con i loro strumenti, m’infilavo sotto il pianoforte. Non c’era verso di togliermi da quella specie di tana per mandarmi a dormire, volevo sentire a tutti i costi le musiche che eseguivano. E quando mi accorgevo che qualcuno stonava o sbagliava le note, protestavo a modo mio, fischiando sonoramente. Avevo una grande voglia di suonare, di partecipare anch’io ai concerti. Avevo trovato due piccoli pezzi di legno, uno un po’ piatto che mettevo tra il mento e la spalla, e un altro con cui… “suonavo”! Giravo per casa felice, avevo il “mio” violino».
La storia di una vita interamente dedicata alla musica.
Uto Ughi ha soltanto tre anni quando il suo primo maestro, l’amico di famiglia Ariodante Coggi, gli mette in mano un violino minuscolo, e glielo lega al collo perché non cada.
Nasce cosí uno dei piú grandi talenti musicali del nostro tempo, un esecutore dalla naturale e precoce attitudine a «tirar l’arco», che calca, ad appena sette anni, i palcoscenici dei teatri per i primi concerti in pubblico.
Tuttavia questo libro non si limita a ripercorrere l’apprendistato del musicista, le lezioni con George Enesco, i concerti tenuti in tutto il mondo, i sodalizi artistici con i piú grandi interpreti degli ultimi cinquant’anni.
Questo libro ci svela un inedito Uto Ughi, un uomo che, lontano dai riflettori, ama la letteratura, i viaggi e la natura, il silenzio consapevole e i luoghi del mito, dove poter ritrovare se stesso.
Capace come pochi di mantenere intatto nel tempo il rapporto con il pubblico, Uto Ughi condivide per la prima volta con i lettori i tesori accumulati durante il suo cammino professionale e umano, e mette insieme il racconto di una vita ricca di passioni.

L’evento è organizzato dall’ Accademia Musicale Napoletana, fondata da Alfredo Casella nel 1933, in collaborazione con la Fondazione Ezio De Felice, la Steinway & Sons, attraverso la Ditta Alberto Napolitano di Piazza Carità, con il contributo di Cariparma ed il patrocinio del Comune di Napoli, Assessorato alla Cultura e al Turismo.

Info
Ditta Alberto Napolitano Pianoforti Srl
Piazza Carità 6 – Napoli
081-551 88 60/551 30 51
www.albertonapolitano.com
www.steinway-campania.it
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Nota Storica intorno a Palazzo Donn’Anna
Su Palazzo Donn’Anna esiste vasta bibliografia (dal Celano, 1692, all’Alisio, 1993) e ancor più vasta iconografia (in prevalenza sette-ottocentesca: prototipi in gouaches, olii e acquerelli – G. B. Lusieri, A. D’Anna, G. Gigante, A. Witting -, riproduzioni per incisione e calcografia e, a partire dagli anni 60 dell’800 in fotografia – Sommer, Alinari).
Le fonti sono pressoché univoche nella ricostruzione della genesi dell’edificio. Base di partenza fu una modesta costruzione quattrocentesca su uno sperone tufaceo della costa posillipina acquisita da Bonifacio D’Auria, ceduta dagli eredi di questi ai Ravaschieri nel 1571 che ne intrapresero la trasformazione in residenza suburbana. (G. Labrot, “Palazzi napoletani”, Napoli 1993). Dai Ravaschieri la proprietà venne ceduta all’inizio del sec. XVII a Luigi Carafa di Stigliano per 8000 scudi (G. Doria, “I palazzi di Napoli”, Napoli 1986) e, nel 1630, venne acquisita dall’unica erede della cospicua famiglia, Anna Carafa.
Fece seguito al matrimonio di Anna col duca di Medina Ramiro Guzman (1636) e con l’elevazione (1637) di questi al ruolo di Vicerè spagnolo su Napoli la decisione di affidare a Cosimo Fanzago la trasformazione in sontuoso edificio del vecchio fabbricato posillipino.
Spianato lo sperone tufaceo, su di esso prese forma l’originale impianto a ferro di cavallo accessibile via mare e racchiudente tra le due ali quello che avrebbe dovuto divenire un vasto giardino. La facciata fronteggiante il mare venne eretta a tre piani, mentre il terzo livello restò incompiuto sulle due laterali.
A pochi metri d’altezza rispetto al mare, il Fanzago realizzò l’enorme salone per ricevimenti e balli, reso accessibile al giardino a mezzo d’un vasto scalone oppure dal mare attraverso un passaggio sottostante. Vi si tenne nel 1642 il Gran Ballo in onore della coppia vicereale.
I lavori, che avevano già assorbito 150mila ducati si fermarono alla partenza per la Spagna del Duca di Medina (1644) anche perché l’anno successivo venne a morire Anna Carafa.
La fabbrica incompiuta passò al Fisco; al danneggiamento conseguente all’abbandono seguì la devastazione provocata dal terremoto del 1688 (Doria, cit.).
L’acquisto del rudere nel XVIII sec. da Carlo Mirelli, principe di Teora, non valse a ridar splendore alla costruzione. Di nuovo votato all’abbandono dopo avverse fortune economiche dei Teora, quel che restava dell’edificio conobbe le più varie utilizzazioni per gran parte dell’Ottocento.
Le lunghe gallerie a livello mare ebbero anche impiego come sedi d’attività artigiane (rimessaggio e riparazione barche) e imprenditoriali (una fabbrica di cristalli).
Nella seconda metà dell’800, con la suddivisione in abitazioni dell’immobile si ebbero i primi interventi di restauro delle due ali e, in seguito, i primi rimaneggiamenti. A cavallo tra 8 e 900 all’uso per residenze, s’aggiunse la destinazione a pensione d’una parte dell’edificio.
Riproduzioni fotografiche tra 1865 e 1903 restituiscono comunque l’immagine d’una sontuosa, barocca rovina, sia dal lato di levante che di ponente (cf. R. T. Gunther, “Posillipo romana” Napoli 1993, pag. 47).
Il restauro dell’intero complesso, fino all’acquisizione della fisionomia attuale, sia nelle facciate prospicienti il mare, sia in quelle fronteggianti la collina retrostante, sono frutto di più interventi novecenteschi. G. Alisio scrive del “palazzo tuttora esistente, deturpato dagli innumerevoli e abusivi interventi di ristrutturazione” (“Napoli com’era nelle gouache del Sette e Ottocento”, Roma 1990).
In effetti, se a proposito degli affacci a levante e a sud, si può parlare di ristrutturazioni (ed anche di manomissioni per quanto riguarda arcate e cavità a livello del mare), si è di fronte a superfetazioni nel caso della facciata di ponente e delle facciate interne.
L’ala di ponente, che ancora nelle immagini del primo Novecento (cfr. foto Alinari) appare diruta nelle parti sovrastanti il secondo livello di arcate, vede sorgere sulla spianata ricavata dall’eliminazione delle murature semicrollate un fabbricato di tre piani, a pianta rettangolare (progetti ing. Giordano, poi Avena), che non tenta neppure di assimilarsi alla monumentalità architettonica del complesso, e nel quale vengono ricavati appartamenti per abitazione.

Il salone delle feste, ridotto a deposito, venne acquistato negli anni 50 del secolo scorso dal prof. arch. Ezio De Felice e trasformato nel suo studio atelier.
Alla morte del prof. De Felice, la vedova, prof.ssa Eirene Sbriziolo diede vita ad una Fondazione culturale intitolata al marito, in associazione con la Regione Campania.
Perfettamente restaurato, il Teatro è ora sede di seminari scientifici ed eventi di alta cultura.
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