La “prima assoluta” dello Stabat Mater di Gaetano Panariello chiude la stagione della Fondazione Pietà de’ Turchini

Stabat Mater di PanarielloSequenza in latino del XIII secolo, attribuita al francescano Jacopone da Todi, lo Stabat Mater descrive l’angoscia e la sofferenza della madre di Dio ai piedi della Croce.
Numerose sono state, nel corso dei secoli, le trasposizioni musicali di questo inno, a cominciare da quelle, risalenti al Rinascimento, di Josquin des Prés, Giovanni Pierluigi da Palestrina e Orlando di Lasso.
Al periodo barocco appartiene, invece, il capolavoro di Giovanni Battista Pergolesi che, a distanza di quasi tre secoli, rappresenta ancora uno dei brani religiosi più eseguiti durante la Settimana Santa.
Ma, allo Stabat Mater sono legati altri celebri autori, quali Liszt, Rossini e Verdi e, passando al XX secolo, Perosi, Poulenc, Pärt, Howells, Penderecki e Szymanowski (che ha musicato una traduzione polacca del testo).
Anche il XXI secolo, pur se iniziato da poco, ci ha già offerto l’apporto di alcune pregevoli versioni, una di monsignor Frisina, altre due che si devono rispettivamente ai britannici Swayne e Jenkins, di carattere universale in quanto dedicate alla sofferenza di tutti i popoli a qualsiasi fede appartengano.
Buon ultimo, è giunto lo Stabat Mater di Gaetano Panariello, concepito per soprano, tenore, coro, sassofono contralto ed ensemble di percussioni, presentato in prima assoluta come appuntamento conclusivo della stagione 2015 del Centro di Musica Antica Pietà de’ Turchini, in una chiesa di Santa Caterina gremita all’inverosimile.
Il lavoro è debitore dell’eredità pergolesiana, che si concretizza con l’uso della medesima suddivisione in dodici numeri e nella presenza di alcuni passaggi che rappresentano un reverente omaggio, non privo di nostalgia, ad un passato glorioso.
Così come diversi sono gli elementi che rimandano alla polifonia, alternati però con richiami minimalistici e una serie di dinamiche che riportano il brano nell’alveo della musica contemporanea di qualità, pensate sicuramente già nel momento in cui si è deciso di utilizzare una serie diversificata di percussioni.
Il tutto risulta racchiuso in una scrittura densa, corposa ma mai ridondante, per cui la composizione, pur se di non facilissima fruizione, riesce a scorrere in modo molto fluente, catturando costantemente l’attenzione dello spettatore.
Se un piccolo appunto si può fare, riguarda il rischio di essere portati a dimenticare che siamo di fronte ad una sequenza legata ad una tematica religiosa, ma è indubbio che tale argomento rientri in una questione, sorta a partire dal Novecento e mai completamente risolta, relativa ai seri dubbi generati da talune ardite integrazioni (non è per fortuna questo il caso), fra nuove istanze musicali e produzione sacra.
E veniamo ai numerosi interpreti, che fornivano un colpo d’occhio quanto mai suggestivo, come si può intuire dall’immagine riportata in testa all’articolo.
La parte vocale era affidata a due solisti di grande esperienza, il soprano Lia Scognamiglio ed il tenore Leopoldo Punziano, che hanno messo in evidenza voci di grande intensità.
Non era da meno il Coro della Pietà de’ Turchini, gruppo di elevatissimo valore, caratterizzato da cantanti molto bravi ed affiatati, che hanno contribuito a evidenziare in tutte le loro sfumature le complesse sonorità del brano.
Di altissimo livello anche l’organico strumentale, costituito dall’Ahirang Ensemble, compagine formata dai percussionisti Gennaro Damiano, Christian Di Meola, Giuseppe Lettiero, Domenico Monda, Sandro Verlingieri, abili a passare con grande disinvoltura da uno strumento all’altro, con un tempismo straordinario, senza mai perdere la necessaria tensione, e dall’ottimo sassofonista Fabio Cesare.
Il tutto sotto la direzione quanto mai attenta del maestro Davide Troìa che ha avuto, fra gli altri, l’enorme merito, tutt’altro che semplice, di creare un’intesa perfetta fra la suo splendida compagine ed il gruppo strumentale.
Pubblico visibilmente soddisfatto che ha decretato una lunga ovazione nei confronti dei protagonisti ed anche del compositore, presente tra gli spettatori, ed è stato omaggiato da ben due bis consistenti nella riproposizione di O quam tristis e Quando corpus morietur.
In conclusione una serata di ottima musica contemporanea, che chiude in grande stile la stagione della Fondazione della Pietà de’ Turchini con un brano che speriamo possa essere riproposto quanto prima.
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