Convivio Armonico di Area Arte apre ai giovani con il Trio Max Reger

Trio d'archi Max RegerConcepito per violino, viola e violoncello, il trio d’archi risulta diretta emanazione della trio-sonata barocca, che prevedeva però un organico costituito da due violini ed un violoncello.
Tale genere cameristico raggiunse l’apice della sua fama nel periodo compreso fra la metà del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, partendo da una serie di autori, fra i quali ricordiamo il piemontese Pugnani, il napoletano Barbella e il toscano Boccherini, e giungendo fino a Beethoven.
A differenza del quartetto per archi, il trio risultava meno impegnativo da scrivere e molto più semplice da eseguire, considerando che i principali destinatari dei pezzi erano quasi sempre musicisti dilettanti, appartenenti ad un ceto in forte ascesa come la ricca borghesia, che utilizzavano la musica sia come forma di aggregazione, sia per intrattenere gli ospiti nei loro salotti.
Per questo motivo, anche compositori celebri, pur se in modo molto differente, vollero fornire il loro contributo, spesso a seguito di sollecitazioni ricevute dal mecenate di turno, che incarnava anche la figura del musicista amatoriale.
Tale repertorio è stato al centro del concerto tenuto dal Trio Max Reger, costituito da Rocco Roggia (violino), Andrea De Martino (viola) e Raffaele Rigliari (violoncello), per la rassegna Convivo Armonico di Area Arte, nella suggestiva e raccolta cornice del Museum Shop, locale situato nel cuore del centro storico di Napoli.
L’apertura era dedicata all’ Andante con variazioni, tratto dal Divertimento in mi bemolle maggiore K. 563 di Wolfgang Amadeus Mozart (definito anche “Gran Trio”).
Unica incursione mozartiana nel genere, ma assoluto capolavoro, il brano fu scritto nel settembre del 1788, per saldare in parte un debito contratto con l’amico e facoltoso mercante tessile viennese Johann Michael von Puchberg.
L’apporto di Franz Joseph Haydn (1732-1809) si concretizzò con i Trii, op. 53, trascrizioni dell’equivalente raccolta di tre sonate per pianoforte, risalenti al 1784, che costituiscono l’op. 37.
Nell’occasione abbiamo ascoltato il n. 1 in sol maggiore, pubblicato a Vienna nel settembre del 1788, che conobbe un grande successo, se pensiamo che fra il 1790 e il 1806 fu ristampato ben sei volte, a cura di cinque editori.
Il programma si è chiuso con il Trio in sol maggiore op. 9, n.1 di Ludwig van Beethoven (1770-1827), appartenente ad una raccolta di tre, pubblicata nel 1798 da Artaria, con dedica a Johann Georg von Browne-Camus, ufficiale dell’esercito russo e fra i mecenati viennesi del musicista tedesco.
Compresi nel cosiddetto “primo periodo”, corrispondente alla produzione giovanile, i trii non ebbero ulteriori sviluppi in quanto, seguendo le tendenze musicali del periodo, le attenzioni di Beethoven si spostarono ben presto sul quartetto.
Uno sguardo ora agli interpreti che, nonostante la loro giovanissima età, hanno evidenziato una buona compattezza, interessanti individualità e, cosa non sempre riscontrabile negli ensemble di fresca formazione, un grande equilibrio, caratteristica indispensabile per poter eseguire al meglio la musica da camera.
Per questi motivi riteniamo che il Trio Max Reger, formato da Rocco Roggia (violino), Andrea De Martino (viola) e Raffaele Rigliari (violoncello), sia decisamente partito con il piede giusto e auguriamo a tutti i suoi componenti una carriera piena di successi.
Prima di concludere ci sentiamo di dire qualcosa a tutti quei ragazzi venuti ad assistere all’esibizione dei propri beniamini (una vera rarità per un evento di musica classica).
Innanzitutto consigliamo loro di acquisire e seguire le elementari norme di comportamento da tenere durante un concerto (ovvero cercare di parlare il meno possibile e di applaudire quando necessario e non alla fine di ogni movimento).
In secondo luogo, invece, li invitiamo a sostenere con passione gli amici che hanno intrapreso una strada irta di difficoltà, cercando nel contempo di ignorare sia alcune giovani star del firmamento “classico”, il cui successo si deve esclusivamente alla capacità dei loro agenti, sia artisti attempati, che di noto hanno ormai solo il nome, ma sono ancora sostenuti dal pubblico delle passate generazioni, pigro, accondiscendente ed anche un tantino ignorante.
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