“I Turchini di Antonio Florio” e il soprano Roberta Invernizzi chiudono la stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti con uno splendido omaggio a Domenico Gizzi e Faustina Bordoni

Foto Max Cerrito

Foto Max Cerrito

Il concerto conclusivo della stagione in abbonamento della Associazione Alessandro Scarlatti, tenutosi nell’Auditorium di catel Sant’Elmo, è stato affidato al prestigioso ensemble “I Turchini di Antonio Florio” ed al soprano di fama internazionale Roberta Invernizzi.
La serata era dedicata a due figure emblematiche della musica del Settecento, i cantanti Domenico Gizzi e Faustina Bordoni, utilizzando una parte del loro repertorio, già oggetto di due pregevoli registrazioni effettuate dal medesimo organico con la casa discografica spagnola Glossa.
La prima parte, rivolta al sopranista Domenico Gizzi, nato ad Arpino (Fr) e spostatosi giovanissimo a Napoli, dove entrò nel Conservatorio di Sant’Onofrio, era incentrata sui successi da lui ottenuti a Roma, a cominciare dal suo esordio nel 1718, quando ricoprì il ruolo di Telemaco nell’opera omonima di Alessandro Scarlatti.
Fu poi Araspe nella “Didone abbandonata” (1726) di Leonardo Vinci, Pirro nell’ “Andromaca” (1730) di Francesco Feo, Ariodante nella “Ginevra principessa di Scozia” (la cui prima ebbe luogo a Napoli nel 1720, ma venne in seguito inserita nell’ambito degli eventi organizzati a Roma, in occasione delle nozze fra Camilla Cantelmo Stuart e il principe napoletano Leonardo del Tocco di Montemiletto avvenute nel 1724) e Idelberto nell’ “Adelaide” di Nicola Porpora, risalente al 1723, che aveva come protagonista principale il celeberrimo castrato Farinelli.
Il programma si completava con tre brani strumentali, il Concerto per flauto e archi e la Sinfonia da “Ginevra principessa di Scozia” di Domenico Sarro e la Sinfonia da “La Partenope” di Leonardo Vinci.
Dopo un breve intervallo, si è passati al repertorio legato ai fasti del mezzosoprano veneziano Faustina Bordoni, la cui carriera di respiro internazionale iniziò a Napoli, per poi proseguire nel nord Europa, in particolare a Londra, fra il 1726 ed il 1728, dove rivaleggiò con il soprano Francesca Cuzzoni, e a Dresda, lì approdata nel 1731 insieme al compositore tedesco Johann Adolf Hasse, che aveva sposato l’anno precedente a Venezia.
Al periodo napoletano apparteneva “Canta e dì, caro usignolo”, aria di Giulia da “Traiano” (1723) di Francesco Mancini, mentre dalla produzione haendeliana erano tratte le due arie di Alceste “Spera sì, mio caro bene” e “Gelosia spietata”, da “Admeto”, che esordì a Londra nel 1727, con la Bordoni nel ruolo di Alceste e la Cuzzoni in quello di Antigona, e “O scemami il diletto”, aria di Zenobia da “Radamisto” (1720).
La parte operistica comprendeva anche “Son prigioniera d’amore”, aria di Cleofide da “Poro” di Nicola Porpora, che ebbe la prima a Torino nel 1731 e, fra i vari pezzi vocali, erano inserite due “Sinfonie” appartenenti rispettivamente ad “Agrippina” di Porpora e al già citato “Traiano” di Mancini.
Uno sguardo ora agli interpreti, cominciando dal soprano Roberta Invernizzi, che ha fornito l’ennesima grande prova, dimostrando una versatilità eccezionale, se si pensa che il repertorio eseguito era nato per esaltare le qualità di un sopranista e di un mezzosoprano, entrambi dotati di enorme virtuosismo.
Non sono stati da meno “I Turchini di Antonio Florio”, ensemble attivo dal 1987, che più di ogni altro ha contribuito, in tutti questi anni, alla conoscenza e diffusione nel mondo della musica barocca napoletana, distintosi anche in questa occasione per compattezza, equilibrio ed estrema raffinatezza.
Molto bravo, come di consueto, anche Tommaso Rossi, splendido solista nel concerto di Domenico Sarro, per cui l’unico rammarico, nell’ ambito di un appuntamento che ha degnamente chiuso una stagione di elevato livello, è quello riguardante la scarsa quantità di pubblico.
Il fenomeno, che sta accomunando molte rassegne musicali, a prescindere dalla presenza o meno di un biglietto d’ingresso, va seriamente approfondito e, compatibilmente con l’imprevedibilità della platea napoletana, risolto quanto prima, se non si vuole andare incontro ad un inevitabile e forse irreversibile declino.
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