L’Ensemble “Le Musiche da Camera” propone al Museum Shop una serie di tesori del Barocco napoletano

Foto Aurelio Spataro

Foto Aurelio Spataro

Dopo il breve concerto, tenuto lo scorso marzo da alcuni suoi elementi, nell’ambito della presentazione ufficiale di Convivio Armonico di Area Arte, l’Ensemble “Le Musiche da Camera” è tornato al Museum Shop per il secondo appuntamento della rassegna.
La compagine, che nell’ occasione era formata da Rosa Montano (mezzosoprano), Renata Cataldi (traversiere), Egidio Mastrominico (violino di concerto), Federico Valerio (violino II concertino), Leonardo Massa (violoncello) e Debora Capitanio (clavicembalo), ha eseguito brani di autori del Settecento napoletano, in gran parte poco conosciuti.
L’apertura era rivolta a Emanuele Barbella (1718-1777), compositore che ebbe una prestigiosa carriera anche come violinista e docente.
Il suo Trio VI a due violini e basso apparteneva ai Sei trii per violino e violoncello, noti anche con il nome di “Hamilton Trios”, in quanto dedicati a sir William Hamilton, ambasciatore inglese alla corte dei Borbone e suo estimatore, che soggiornò a Napoli per molti anni.
Pubblicata a Londra nel 1772, l’intera raccolta è stata incisa per la prima volta soltanto una decina di anni fa, proprio dall’Ensemble “Le Musiche da Camera”.
Se Barbella si è ritagliato un piccolo angolo di notorietà, grazie alle frequentazioni inglesi (lo troviamo più volte citato anche nel volume “Viaggio musicale in Italia” del britannico Charles Burney), la figura di Antonio Caputi (1720/30 – dopo il 1800) risulta completamente ignota anche agli addetti ai lavori.
Recentemente riscoperto grazie ad una lunga, difficile e complessa ricerca, portata avanti da Renata Cataldi (flautista dell’Ensemble “Le Musiche da Camera”), Caputi era un nobile con la passione per la musica.
Nonostante fosse, quindi, un dilettante, la sua fama doveva essere notevole poiché, quando si decise di riformare l’orchestra del Teatro di San Carlo, venne chiamato, come persona affidabile e “super partes”, per selezionare i nuovi strumentisti.
Di Caputi, in prima esecuzione moderna, abbiamo ascoltato il “Concerto a flauto traverso, violini e basso” in re maggiore.
E’ stata quindi la volta dell’aria “T’aggio voluto bene” di Gaetano Latilla (1711-1788), autore nativo di Bari, che studiò a Napoli, iniziando qui la sua carriera, per poi spostarsi a Roma e Venezia, prima di ritornare nella città partenopea, dove trascorse gli ultimi anni di vita.
Il successivo “Concerto a quattro, flauto traverso, violino primo, violino secondo et basso” in sol maggiore poneva in evidenza il napoletano Giuseppe Sellitto (1700-1777), la cui carriera si svolse quasi interamente nella città natale, dove insegnò canto e fu, a partire dal 1760, organista titolare nella Chiesa di San Giacomo degli Spagnoli.
Ultimi due brani in programma, “La posta a lo froncillo” e “Si la cantante mme mett’a fare” (da “L’Armida Immaginaria”), arie scritte rispettivamente da Niccolò Piccinni (1728-1800) e Domenico Cimarosa (1794-1801).
Per quanto riguarda gli interpreti, l’Ensemble “Le Musiche da Camera”, ha evidenziato un ottimo affiatamento, sia nei brani strumentali, dove è emersa anche la bravura della flautista Renata Cataldi, sia in quelli vocali, affidati alla voce intensa ed espressiva di Rosa Montano (che indossava uno splendido costume d’epoca, appositamente confezionato per lei dall’Atelier Alchimia).
Va ricordato come il gruppo abbia una storia più che ventennale e, fin dalla sua nascita, ha contribuito a far emergere autori e brani appartenenti ad un periodo irripetibile della musica napoletana quale è stato il Settecento.
Un’opera di ricerca incessante, in parte sottovalutata, in parte volutamente ignorata, portata avanti fra mille difficoltà, che però sta cominciando a dare i suoi frutti e non è un caso che tutti i brani eseguiti in occasione del recente appuntamento fossero frutto di trascrizioni moderne, curate da Egidio Mastrominico, fondatore dell’ensemble nel 1992 (tranne i due concerti per flauto, la cui trascrizione si deve a Renata Cataldi).
In conclusione un concerto che conferma come la produzione relativa al Settecento napoletano, in particolare quella strumentale, rappresenta ancora oggi un campo in gran parte inesplorato e, in quanto tale, fonte di nuove e piacevoli sorprese.
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