Il tema universale della sofferenza al centro del suggestivo “Christus Passus Est” di Luca Mennella

Foto Riccardo Limongi

Foto Riccardo Limongi

Nell’ambito delle numerose proposte musicali, che hanno caratterizzato le recenti feste pasquali, fra le più originali va annoverata “Christus Passus Est – Meditazione in forma videoteatrale e musicale sulla Passione di Cristo”, spettacolo scritto e diretto dal maestro Luca Mennella.
Allestito nella Basilica di San Giovanni Maggiore, cornice tanto suggestiva quanto acusticamente problematica, il lavoro abbinava un testo rievocante le ore finali di Cristo, visto dalla parte di un testimone occasionale, a brani di argomento pasquale.
Il primo aveva come protagonista Giuseppe, contadino ebreo di Herodium, giunto a Gerusalemme per affari, trovatosi suo malgrado ad assistere alla crocifissione di Cristo, che commentava, stravolto dall’emozione, la tragedia consumatasi davanti ai suoi occhi.
I secondi consistevano in un’ampia panoramica di pezzi sacri, quasi tutti di rara esecuzione, concepiti come una sorta di Via Crucis musicale, che partiva da un Kyrie eleison gregoriano dell’anno mille, proseguendo con “In monte Oliveti” di Bruckner (dal mottetto In jener letzten der Nächte WAB 17, adattato sul testo latino da Theodor Bernhard Rehmann), “Crucifixus”, dalla Messa in si minore BWV 232 di Bach, Die nacht ist kommen di Max Reger e Tenebrae facte sunt di Michael Haydn.
Vi era poi il Miserere di Allegri, lo spiritual “Were you there when they crucified My Lord?”, “Vidit suum dulcem natum” dallo Stabat Mater di Pergolesi ed infine l’Ave Verum Corpus di Mozart.
Veniamo quindi ai protagonisti, iniziando da Lello Giulivo, che ha vestito molto bene i panni del contadino ebreo, anche se, nelle sue peregrinazioni lungo la chiesa non sempre risultava visibile a tutti ed inoltre, nella parte finale, spesso non siamo riusciti a comprendere quello che diceva, nonostante avesse il microfono, a causa della pessima acustica della chiesa.
Di ottimo livello l’ensemble vocale, formato da Marianna Cozzolino (soprano solista), Ingrid Somma, Viola De Vivo e Silvia Tarantino (soprani), Davide Troìa e Antonio Parisi (controtenori), Leopoldo Punziano (tenore), Stefano Di Fraia e Giuseppe De Liso (bassi).
Oltre ad evidenziare grande affiatamento, estrema raffinatezza ed una esperienza che ha permesso loro di sopperire ai già citati problemi di carattere sonoro, i cantanti sono stati protagonisti di un altro piccolo miracolo.
Infatti sono riusciti a muoversi in processione attraverso la chiesa, e contemporaneamente a eseguire i brani, usufruendo solo di piccoli lumini, poiché tutto era immerso nell’oscurità più totale, se si eccettua il fondo della basilica, sul quale scorrevano una serie di immagini proiettate da Enrico Grieco.
La parte strumentale, che ha eseguito i brani non “a cappella”, era affidata al Quartetto d’archi “Hadimova”, costituito da Patrizio Rocchino e Antonio Mazza (violini), Paolo Di Lorenzo (viola) e Dario Orabona (violoncello), che ha ben svolto il suo compito, pur penalizzato anch’esso dall’acustica, mostrando una buona intesa con l’ensemble vocale, .
E, sempre a proposito dell’acustica, non riusciamo a comprendere perché un luogo così ricco di storia, sul quale puntare in ambito turistico, come la Basilica di San Giovanni Maggiore, debba anche ospitare eventi musicali (talora addirittura a pagamento).
Facciamo ancora più fatica a capire i motivi per i quali, l’Ordine degli Ingegneri che circa tre anni fa ha avuto un ruolo fondamentale ed altamente meritorio nella riapertura dell’edificio, strappandolo a ben 42 anni di totale oblio, non possa, con un piccolo ulteriore sforzo, rendere l’ambiente meno penalizzante e imbarazzante per chiunque voglia esibirsi (ci sarà sicuramente, fra gli ingegneri, qualche esperto di acustica!), quasi ad indicare che a Napoli se vuoi usufruire di una cornice prestigiosa non devi andare troppo per il sottile (ma in questo modo si rende un pessimo servizio sia alla musica, sia a quella parte di pubblico che non si lascia influenzare dalle apparenze).
Tornando a “Christus Passus Est”, si è rivelato uno spettacolo molto suggestivo, che abbisogna forse di ambienti più raccolti e risulta passibile di qualche riequilibrio (ad esempio l’introduzione affidata al contadino e la proposta dell’intero “Miserere” di Allegri apparivano troppo lunghe, e le immagini proiettate alle spalle dei protagonisti non sempre aiutavano alla concentrazione, in particolare alla fine, quando scorrevano ad una velocità elevata e quindi molto fastidiosa).
Ma la cosa più importante è quella di essere riuscito a raggiungere lo scopo che si era prefisso il suo autore, Luca Mennella, ovvero far riflettere sul significato di una tragedia, accaduta circa 2000 anni fa, che porta con sé problematiche ancora oggi terribilmente attuali.
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2 risposte a Il tema universale della sofferenza al centro del suggestivo “Christus Passus Est” di Luca Mennella

  1. enrico grieco ha detto:

    Ho lasciato passare molto tempo dalla lettura della critica, ora è tempo di dire la mia, Spiegare le scelte visive e il modo di proiettarle richiede una conoscenza del meccanismo della visione notevole oltre che quello musicale. L’approccio alla performance non è stato quello di didascalizare la musica con le immagini – anche se in minima parte accade – bensì quello di interagire, mostrando un altro modo di interpretare ciò che si vede e si ascolta. Il risultato è il connubio o il contrario del rapporto tra il visivo e l’uditivo, L’immagine serve solo a dare un input all’immaginazione e a farla viaggiare con la fantasia, la memoria , la cultura del cervello del singolo fruitore, ottenendo in questo modo tante performance quanti sono gli spettatori. Tecnicamente parlando, le immagini non vanno a tempo con la musica, cercano altre vie che non sono quelle classiche dell’occidente, bensì vengono utilizzate tecniche orientali sulla sincronia. Per rispondere all’ultima critica, quella sul finale, che le immagini sono troppo veloci rispetto alla musica, ebbene quella è una mia scelta volevo creare fastidio allo. spettatore, svegliarlo dal suo lasciarsi andare, gli occhi proiettati sono i suoi, il finto angosciarsi, l’indifferenza, la finta indignazione sono i suoi, e la soluzione è stata quella di proiettare in velocità e a taglio le immagini di Michelangelo Merisi ( anche questa una scelta molto ragionata ). Esistono infinite soluzioni ai quesiti visivi di ogni momento della performance ogni artista le sceglie secondo la sua cultura, sensibilità, in base a ciò che vuol raccontare. Spero. di essere stato chiaro, per qualsiasi quesito o critica sono a disposizione. Enrico Grieco

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