La Rassegna Storica sulla Canzone Napoletana chiude con uno spettacolo di alto livello culturale

Foto Elena Erman

Foto Elena Erman

Si è recentemente tenuto, al Centro Culturale Domus Ars, il concerto conclusivo della seconda edizione della Rassegna Storica sulla Canzone Napoletana, curata da Lucio De Feo, presidente dell’Associazione Musica Libera, in collaborazione con la Fondazione Humaniter.
L’ultimo appuntamento, dal titolo “Ce steve na vota”, ha attinto dalla tradizione letteraria e musicale del periodo situato a cavallo fra Cinquecento e Seicento.
La prima aveva come punto di riferimento il racconto “La vecchia scortecata”, da Lo cunto de li cunti, raccolta di 50 fiabe in lingua napoletana (per cui è nota anche come Pentamerone), tutte scritte da Giambattista Basile (1566-1632), e pubblicate postume fra il 1634 ed il 1636 da sua sorella Adriana.
La seconda proponeva prevalentemente villanelle di compositori, che avevano soggiornato per un certo periodo a Napoli, all’epoca fra i principali centri musicali dell’epoca, oppure che, pur non avendo mai frequentato la corte partenopea, erano comunque rimasti affascinati da un genere diffusosi rapidamente in tutta Europa.
E’ il caso, rispettivamente, del fiammingo Orlando di Lasso (del quale abbiamo ascoltato, fra le altre, ‘Sto core mio, Matona mia cara e Allala Pia Calia), attivo a Napoli fra il 1549 ed il 1552, e di un altro fiammingo, Adrian Willaert, autore del celeberrimo Vecchie letrose.
Soffermandoci un attimo sulle villanelle, va ricordato come il termine non identificava le origini campagnole dei brani, ma la presenza, nei diversi componimenti, di figure e situazioni che avevano lo scopo di prendere in giro i cosiddetti “villani”.
Inoltre, l’utilizzazione della lingua napoletana ebbe, almeno inizialmente, anche una valenza politica, in quanto venne considerata una sorta di resistenza da parte della nobiltà locale, i cui privilegi erano stati azzerati dall’arrivo degli Spagnoli (che avevano sostituito gli Aragonesi nel dominio della città).
Veniamo quindi agli interpreti, iniziando da Carlo Torre, principale voce recitante (che si è avvalso della collaborazione di Giuliana Giaccio, una delle componenti del complesso vocale).
Artista poliedrico, Torre non solo ha dato vita ad un’entusiasmante lettura recitata, di un testo che rappresenta uno dei cavalli di battaglia di Peppe Barra (confronto da far tremare i polsi, ma la sua interpretazione è apparsa oltremodo convincente e meno dispersiva di quella del noto attore), ma ha evidenziato anche una splendida voce, quando si è confrontato con alcune canzoni da lui eseguite accompagnandosi con la chitarra.
Molto bravi, passando agli altri esecutori, Claudio Bottino (chitarra) e Maria Maddalena Erman (spinetta), sia negli interventi solistici, sia nell’accompagnamento del Complesso Vocale Dimensione Polifonica.
Quest’ultimo, ben diretto dal maestro Biagio Terracciano, è stato un po’ penalizzato dall’acustica in quanto, a differenza degli strumenti e, naturalmente, delle voci recitanti, risultava privo di amplificazione, per cui nei brani non a cappella si creava uno strano effetto sonoro.
Pubblico numerosissimo, che ha lungamente applaudito tutti i protagonisti, mostrando di aver gradito molto uno spettacolo concepito, come tutta la rassegna, non solo con una punta di nostalgia per un passato glorioso, ma soprattutto con lo scopo di mantenere vive antiche tradizioni partenopee, che rischiano di perdersi irrimediabilmente.
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