La stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti propone un trio tedesco affiatato ed esuberante

Foto Vincenzo Moccia

Foto Vincenzo Moccia

La stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti ha proposto il primo dei due concerti rivolti all’integrale dei Trii con pianoforte di Ludwig van Beethoven, affidandoli al Trio Atos, ensemble tedesco fondato nel 2003 e costituito da Annette von Hehn (violino), Stefan Heinemeyer (violoncello), Thomas Hoppe (pianoforte).
La serata ha avuto inizio con il Trio in sol maggiore op. 1, n. 2, appartenente alla raccolta di tre trii, dedicata al principe Karl Lichnowsky e pubblicata dalla casa viennese Artaria nel 1795, che rappresentano l’esordio del compositore tedesco nel mondo musicale.
I brani erano stati eseguiti in anteprima, fra la fine del 1793 e i primi giorni del 1794, alla presenza di Haydn, che fu favorevolmente colpito dai pezzi ascoltati, anche se consigliò a Beethoven di non pubblicare il Trio n. 3.
Ciò lo lasciò un po’ interdetto, poiché riteneva tale lavoro il migliore dei tre, per cui giunse alla conclusione che l’affermazione dell’autore austriaco fosse dettata da una certa invidia.
E’ stata poi la volta del Trio in re maggiore op. 70 n.1 “Gli spettri” che, insieme al Trio in mi bemolle maggiore op. 70 n. 2, eseguito in chiusura del concerto, venne pubblicato nel 1809 a Lipsia da Breitkopf & Härtel, con dedica alla Contessa Marie von Erdödy.
L’appellativo con il quale è passato alla storia si deve a Czerny che, nelle note del secondo movimento (largo assai ed espressivo), percepì la descrizione dell’inquieto girovagare di un fantasma, confortato dal fatto che Beethoven, in quel periodo, aveva pensato ad un’opera legata alle vicende di Macbeth, progetto poi abbandonato.
Riguardo al Trio in si bemolle maggiore op. 11, che è stato proposto dopo l’intervallo, venne completato nel 1798 e pubblicato il medesimo anno dall’editore Mollo, con dedica alla contessa Maria Wilhelmine von Thun, nota mecenate viennese, il cui salotto culturale era uno dei più prestigiosi dell’epoca.
Anche questo trio si guadagnò un soprannome, quello di “Gassenhauser”, equivalente di “canzonetta in auge” o “tormentone”, in quanto l’ultimo movimento (allegretto con variazioni) era basato su un motivo allora molto in voga, appartenente all’opera comica L’Amor marinaro di Joseph Weigl.
Per quanto riguarda l’esecuzione, il Trio Atos ha evidenziato un ottimo affiatamento e grande spessore dei singoli componenti, dando vita ad un’interpretazione molto brillante e trascinante.
Se un piccolo appunto si può fare, è quello di aver talora utilizzato tempi un po’ troppo veloci ma, guardandoci intorno, sembra che questa sia una prerogativa di tutte le giovani formazioni, probabilmente legata ad una naturale esuberanza.
Pubblico abbastanza numeroso e visibilmente soddisfatto, che è stato omaggiato da un bis consistente nell’ultimo movimento del Trio in mi bemolle maggiore op. 70 n. 2, a conclusione di una serata beethoveniana di alto livello.
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