Nella Basilica dello Spirito Santo il Coro Mysterium Vocis pone in evidenza la prestigiosa figura di Pasquale Cafaro

Foto Max Cerrito

Foto Max Cerrito

Fra gli anniversari che si celebrano nel 2015, va ricordato il terzo centenario della nascita di Pasquale Cafaro (1715-1787), originario di S. Pietro in Galatina (Le).
Trasferitosi a Napoli per motivi di studio, quando aveva circa vent’anni, venne ammesso al Conservatorio della Pietà de’ Turchini, dove fu allievo di Leonardo Leo, Nicola Fago e Lorenzo Fago.
In seguito divenne docente nello stesso conservatorio, primo maestro della Cappella Reale, maestro di canto e di cembalo della regina Maria Carolina ed anche soprintendente del Teatro di San Carlo.
Inoltre, fu fra gli autori che Mozart adolescente ebbe la possibilità di ascoltare durante il suo soggiorno a Napoli.
Cafaro, a differenza di molti suoi colleghi dell’epoca, non scrisse alcuna opera buffa, ma solo opere serie, cantate profane e numerosi brani sacri, risalenti agli anni in cui lavorava alla Cappella Reale.
Tale repertorio, insieme ad altri brevi pezzi di autori coevi o di poco precedenti, era alla base del concerto del Coro Mysterium Vocis, diretto dal maestro Rosario Totaro, intitolato “Spettacolo fiero, misterio pietoso – Musiche per la Settimana Santa nella Napoli barocca”, svoltosi nella Basilica dello Spirito Santo, dove la compagine ha tenuto lo scorso anno la propria stagione ufficiale.
L’apertura era rivolta ad Alessandro Scarlatti (1660-1725), palermitano trapiantato nella città partenopea e considerato il principale fondatore della Scuola Musicale Napoletana.
Il mottetto proposto, Exsurge Domine, si ricollegava però alla permanenza romana del compositore, nel periodo 1707-1708, in qualità di Maestro di cappella della chiesa di Santa Maria Maggiore.
Successivamente toccava al brano clou della serata, i nove Responsori per il Venerdì Santo di Pasquale Cafaro, divisi in tre Notturni per coro e basso continuo, intervallati da brevi meditazioni su testi di Charles Péguy, Giuseppe Ungaretti e  Miguel de Unamuno.
Era poi la volta dell’interessante Salve Regina del portoghese padre Diogo Dias Melgás (1638-1700) la cui carriera, musicale ed ecclesiastica, si svolse interamente a Évora.
Altro autore non molto conosciuto, il sannita Nicola Sala (1713 – 1801), del quale è stato proposto il mottetto Sepulto Domino, che frequentò il Conservatorio della Pietà de’ Turchini negli stessi anni di Cafaro e fu anch’egli allievo di Leo e Nicola Fago.
Figura prestigiosissima ai suoi tempi, solo da qualche anno risulta oggetto di un rinnovato interesse, al punto che a lui è intitolato, dal 2006, il Conservatorio di Benevento.
Ultimo brano eseguito, il suggestivo e complesso Miserere a 4 voci di Pasquale Cafaro, che chiudeva un programma costituito da una serie di pezzi di raro e rarissimo ascolto.
Dal punto di vista musicale, la componente operistica prevaleva su tutto il resto, anche nei passaggi di maggiore drammaticità, ma non ci dobbiamo meravigliare considerando il contesto nel quale le composizioni nacquero e si diffusero.
Ciò non vuol dire che avevamo a che fare con motivi banali (come quelli, per intenderci, che oggi accompagnano buona parte delle funzioni religiose), in quanto si trattava di partiture oltremodo complesse, scritte da autori prestigiosi.
Il compito del Coro Mysterium Vocis, diretto da Rosario Totaro e accompagnato all’organo da Vincenzo Porzio, risultava quindi tutt’altro che agevole, ma la compagine, grazie a cantanti bravissimi ed affiatati, fra i quali vi sono solisti di alto livello, ha saputo superare le grandi difficoltà legate al repertorio eseguito, fornendo una prova di elevatissimo spessore.
Molto bravi anche Fiorella Orazzo e Guglielmo Gisonni, entrambi componenti del coro, nel ruolo aggiuntivo di voci recitanti e, infine, va segnalato l’allestimento scenico di Gianluca Vitale, che ha curato la scelta delle immagini da proiettare durante il concerto, rappresentative di alcuni episodi legati alla Passione, contenute nei quadri di Caravaggio, Ribera e Luca Giordano.
Va ancora sottolineato come la sistemazione degli interpreti in una zona diversa da quella occupata lo scorso anno, contraddistinta da un’acustica di gran lunga superiore, rende finalmente giustizia a voci in precedenza fortemente penalizzate (migliorando nettamente anche la fruizione da parte degli spettatori).
Grande successo finale e bis consistente in un breve frammento dello Stabat Mater di Traetta, allievo di Porpora e Durante, degno coronamento di una panoramica che rappresentava l’ennesima conferma di quanti autori prestigiosi fossero attivi nella città partenopea nel Settecento.
E non possiamo che dare ragione, in chiusura, a Leopold Mozart quando, scrivendo al figlio, in continua ricerca di un incarico che gli permettesse di allontanarsi dalla provinciale e odiata Salisburgo, lo sconsigliava vivamente di puntare sull’Italia dove “…solo a Napoli ci sono sicuramente trecento Maestri”.
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