Ai “Concerti in Villa Floridiana” l’attrice Elena Zegna ed il flautista Ubaldo Rosso propongono un intrigante connubio fra musica e letteratura

Duo Zegna-RossoAnche quest’anno, i “Concerti in Villa Floridiana” hanno voluto dedicare uno degli appuntamenti della stagione all’incontro fra musica e letteratura, affidandolo all’attrice Elena Zegna ed al flautista Ubaldo Rosso.
Nell’Auditorium del Museo Duca di Martina, il duo è stato protagonista di una lettura-concerto, dal titolo “Nel mezzo del cammin di nostra vita…”, concepita alternando alcuni canti dell’Inferno dantesco, a brani per flauto, tratti dalla produzione del Seicento e del Novecento.
Così, la parte letteraria comprendeva, oltre al Canto I, il cui celeberrimo incipit forniva anche il titolo all’intero spettacolo, i Canti III, V, VI, XXVI e XXXIII, dove erano poste in primo piano personaggi quali Caronte, Celestino V, Paolo e Francesca, Ciacco, Ulisse ed il conte Ugolino
A sua volta, il programma rivolto al flauto (per meglio dire ai flauti, considerando i tre secoli che separavano i due differenti gruppi di composizioni), si apriva con brani dell’olandese Jacob van Eyck (ca. 1590-1657), appartenenti a Der Fluyten Lust-hof (Il giardino delle delizie del flauto), formato da due volumi, concepiti fra il 1644 ed il 1656, che costituiscono la più corposa raccolta, destinata ad uno strumento solista, che sia mai stata scritta in tutta la storia della musica.
La parte novecentesca iniziava, invece, con Enchantement del torinese Paolo Minetti (1961), seguito da Impression capricieuse di Stefan Kisielewski (1911-1991), figura eclettica di compositore, scrittore e politico polacco.
Ancora, era possibile ascoltare Nonephon del milanese Roberto Lupi (1908-1970), la cui notorietà si deve al pezzo “Armonie del pianeta Saturno”, con il quale si chiudevano le trasmissioni della RAI di un tempo, Introduction di Makoto Moroi (1930-2013), figlio d’arte in quanto il padre Saburo è stato uno dei compositori giapponesi di maggior prestigio.
La scuola francese era rappresentata da Jacques Ibert (1890-1962), con Pièce, composto nel 1936 per il celebre flautista Marcel Moyse, durante un ricevimento all’ambasciata francese a Praga, e da Edgard Varèse (1883-1965), parigino in seguito divenuto cittadino americano, autore di Density 21.5 (1936), dedicato al transalpino Georges Barrère in occasione della presentazione del suo nuovo flauto, costruito in platino (elemento la cui densità è pari a circa 21,5 g/cm³).
Chiusura affidata al Canto della solitudine da Tre pezzi per flauto solo (1962) del cuneese Giorgio Federico Ghedini (1892-1965), autore contraddistinto da uno stile che derivava da una sapiente fusione fra linguaggi moderni ed echi rinascimentali e barocchi.
Un breve sguardo ai protagonisti, con l’attrice Elena Zegna molto brava a ricreare le diverse atmosfere “infernali”, dando voce e grande espressività ai relativi personaggi che le caratterizzavano, ben supportata da Ubaldo Rosso, artista di elevato spessore, al quale va l’ulteriore merito di aver eseguito un repertorio di rarissimo ascolto, evidenziando sia l’olandese Jacob van Eyck, autore che andrebbe sicuramente approfondito, sia una serie di compositori del Novecento, il cui contributo alla letteratura flautistica appare di notevole importanza.
Pubblico composto e attentissimo, completamente immerso nel buio per esigenze sceniche, che al termine dello spettacolo ha lungamente applaudito i due interpreti, decretando il successo di una iniziativa quanto mai intrigante, frutto di un felice connubio tra letteratura e musica.
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