Bepi De Marzi: “La mia nuova composizione dedicata al dolore dei migranti del mondo”

Bepi De MarziNato ad Arzignano (VI) nel 1935, Giuseppe (Bepi) De Marzi rappresenta una delle maggiori personalità del mondo della cultura e dell’arte veneta.
Compositore, organista, scrittore, è stato per diversi decenni docente del Conservatorio Superiore “Cesare Pollini” di Padova, avendo come direttore Claudio Scimone, che lo ha voluto ne “I Solisti Veneti” in qualità di clavicembalista.
La sua fama è dovuta prevalentemente all’attività di fondatore e direttore del Coro “I Crodaioli” di Arzignano, per il quale ha scritto più di cento canti della montagna, il più noto dei quali, “Signore delle cime” è stato eseguito in tutto il mondo, strumentato all’estero e tradotto anche in giapponese.
Va ricordata anche la sua collaborazione con Padre Davide Maria Turoldo, volta a portare avanti un progetto di rinnovamento della musica sacra, che non si è potuto concretizzare in quanto osteggiato da più parti.
Proprio in questo ambito si inquadra la sua nuova composizione, intitolata “Su per i fiumi laggiù in Babilonia”, per orchestra d’archi e liuto (Salmo 136), scritta appositamente per “I Solisti Veneti”, su richiesta di Claudio Scimone, che esordirà il prossimo 20 marzo a Porto Tolle.
A tale proposito abbiamo contattato il maestro per sapere qualcosa in più su questa prima esecuzione.

Come nasce l’idea della composizione Super flumina Babylonis. Quali sono stati i tempi per la stesura? Immaginiamo i compositori sempre alle prese con continue rivisitazioni e correzioni: lei cambia spesso idea sulle sue “creazioni” o apporta solo poche modifiche?

Il maestro Scimone, mio direttore nel Conservatorio di Padova, che mi ha perfino fatto suonare per vent’anni nei Solisti Veneti, mi chiede ogni tanto un po’ di musica nuova.
Due anni orsono mi ha suggerito di realizzare una Fantasia sul mio lontano e diffuso canto “Signore delle cime”.
Il problema, spesso, è dato dal… titolo. L’ho chiamata “Trasparenze”, che non vuol dire proprio niente.
Amo soprattutto procedere con delle variazioni.
Per il Salmo 136 mi sono appoggiato alla versione strofica di padre David Maria Turoldo, l’unica traduzione veramente poetica tra le confuse e discutibili proposte postconciliari.
Ho cercato negli endecasillabi piani del mio grande amico frate un’ispirazione che oso definire madrigalistica.
Largo e disteso: Lungo i fiumi, laggiù, in Babilonia. Andante: sulle rive sedemmo in pianto. Poco mosso: al ricordo struggente di Sion. Concitato: Sopra i salici, là, in quella terra, appendemmo le cetre armoniose.
Oltre agli Archi ci sarà anche il Solista con l’Arciliuto.
Il tema melodico è quello composto quarant’anni or sono da Ismaele Passoni, quando nell’abbazia bergamasca di Sant’Egidio padre Turoldo ci aveva chiamato a lavorare con lui per dare decoro alla liturgia cattolica.
Un sogno mai realizzato perché osteggiato dalla Chiesa che privilegia i motivetti rock e, come dice desolatamente Riccardo Muti, “i testi infantili, risibili”.

Che effetto fa vivere l’esecuzione di un suo pezzo? E’ un momento di riflessione su quanto scritto e su quanto si possa migliorare? o un momento di “relax” dopo gli sforzi della mente per dare vita alla composizione stessa?

Non ho mai scritto musica al computer.
Il mio lavoro è tattile, sulla tastiera del pianoforte, con qualche verifica sull’organo a canne.
Il computer, che suona subito qualsiasi invenzione, anche di chi non conosce la musica, sta producendo solo illusioni, anche divertentissimi danni.
Per qualche giorno penso alla forma. La cantabilità mi viene facile. Ho fatto mia una frase di Mozart in una lettera del 1782 al padre Leopold (la si trova nella raccolta di E. Ranucci, alla pagina 237): “Per essere applauditi bisogna scrivere cose così facili che le possa ricantare un vetturino, oppure così incomprensibili che piacciono proprio perché nessuna persona ragionevole può capirle”

Qual è il suo rapporto con il pubblico di oggi? Cosa pensa che il pubblico si aspetti da una prima?

Mi aggrappo a un aforisma del filosofo rumeno Cioran “Non si può amare ciò che non si comprende”.
Scrivo per farmi capire subito.
Quando al mio grande amico e ispiratore, lo scrittore Mario Rigoni Stern, chiedevano “perché scrive?”, rispondeva “per fare compagnia a qualcuno”.
La mia musica è chiaramente tonale. Non ne distruggo la grammatica, anche perché l’ho insegnata per tanti anni.
Penso che il limite massimo, al quale guardo con grande ammirazione, rispetto, devozione e perfino commozione, siano le disperate “Metamorphosen” di Richard Strauss.
Nel caso di questo Salmo, mi tremano l’anima e il cuore al pensiero che, con la teatrale impostazione di Temistocle Solera, è diventato il “Va, pensiero” di Giuseppe Verdi.

Come è stato lavorare con i Solisti Veneti? Come si pone un compositore quando deve affidare la sua opera ad un musicista o, come in questo caso, ad un’orchestra da camera e al loro direttore?

Claudio Scimone rispetta e trasfigura tutto ciò che propone.
Ricordo una poco conosciuta Messa di Vivaldi, che avevo studiato senza entusiasmo perché mi pareva ovvia e poco originale, che alla prima prova con lui (eravamo al Teatro dell’Opera di Roma e suonavo un delizioso organo positivo), ha rivelato una luce che non avevo capito, che non avevo saputo vedere.
Gli Archi dei Solisti Veneti, trascinati dal suo gesto, suonano e vibrano. Incantano.
Il mio Salmo, della nostalgia, dei deportati, nelle mani di Scimone diventerà il pianto, il dolore dei migranti del mondo.

(intervista a cura di Valentina Di Matteo)

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