La stagione del CERSIM riparte nella chiesa della Graziella con le suggestive sonorità del duo formato da Domenico di Gioia e Stella Gifuni

Duo L'Eco di PanCostruito nel 1621, il San Bartolomeo fu il teatro più prestigioso di Napoli, fino alla sua demolizione, avvenuta nel 1737, anno in cui si decise di erigere, in un luogo non molto distante, un teatro di maggiori dimensioni che prese il nome di San Carlo.
Lo spazio occupato dai ruderi del San Bartolomeo venne donato dai Borboni, che allora governavano la città, ad Angelo Carasale, architetto al quale era stata affidata la costruzione del San Carlo.
Questi, in segno di gratitudine per le fortune economiche ottenute, nel 1738 fece edificare, dove prima sorgeva la platea del teatro, una piccola chiesa dedicata a Santa Maria delle Grazie, detta familiarmente “Graziella al Porto” o “chiesa della Graziella”.
Il complesso, attualmente affidato ai Padri Trinitari della Redenzione dei Cattivi, è stato riaperto al pubblico nello scorso dicembre, dopo decenni di oblio, grazie all’interessamento del CERSIM (Centro per la Ricerca del Suono e dell’Immagine), nella figura del suo fondatore e presidente Ferdinando de Martino, in collaborazione con la locale arciconfraternita.
Obiettivo del CERSIM è quello di riportare in auge un luogo di eccezionale importanza storico-musicale, tramite una serie di eventi artistici.
Dopo il concerto tenutosi in occasione della riapertura ufficiale, la chiesa ha recentemente ospitato un nuovo appuntamento musicale, avente come protagonista il duo “L’Eco di Pan”, formato dal flautista Domenico di Gioia e dall’arpista Stella Gifuni.
L’ensemble ha proposto trascrizioni, in buona parte legate a motivi operistici, e brani originali per flauto e arpa, appartenenti al repertorio dell’Ottocento e del Novecento.
In apertura abbiamo ascoltato il celeberrimo Intermezzo della “Cavalleria Rusticana” di Mascagni, seguito da Berceuse, op. 16 (1878-79) e Sicilienne, op. 78 (1893), entrambe di Fauré,
Nuova incursione nel repertorio operistico con le Variazioni in mi maggiore su “Non più mesta” della Cenerentola di Rossini, scritte nel 1824 da Chopin, in origine per flauto e pianoforte, la cui parte flautistica fu probabilmente curata dal francese Benoit Tranquille Berbiguier.
Molto celebre anche la Danza degli spiriti beati, dall’Opera “Orfeo ed Euridice” di Gluck, mentre la successiva Sonata per flauto e arpa in do maggiore (1819) di Donizetti, era formata da due movimenti di chiara matrice operistica, con il secondo noto anche come “Allegro Gallemberg”, in quanto aveva come riferimento le note del “pas de deux” di un balletto di Wenzel Robert von Gallemberg, musicista austriaco che soggiornò diversi anni a Napoli e ricoprì importanti ruoli nell’ambito del Teatro di San Carlo.
Non poteva mancare un omaggio alla “Carmen” di Bizet (Intermezzo), i cui motivi principali sono stati oggetto, fino ai giorni nostri, di trascrizioni, variazioni e parafrasi.
Il successivo Allegro, dalla Sonata per flauto e arpa, che Nino Rota compose nel 1937, ci restituiva in tutta la sua eleganza un autore, il cui apporto alla musica del Novecento va al di là delle pur splendide e molto note colonne sonore.
Chiusura affidata a “Il Cigno” di Camille Saint-Saëns ed Entr’acte di Jacques Ibert, con il primo appartenente al famoso “Carnevale degli animali” ed il secondo caratterizzato dai ritmi tipicamente spagnoli, in quanto tratto dalle musiche di scena composte per l’allestimento francese del dramma di Calderón de la Barca “Il medico del proprio onore”.
Uno sguardo ora ai due interpreti, Domenico di Gioia e Stella Gifuni, che si sono confrontati con un repertorio contraddistinto da musica di piacevolissimo ascolto, dove non mancavano gli spunti virtuosistici, denotando entrambi una elevata bravura, una notevole nitidezza del suono e un perfetto affiatamento, il tutto esaltato dall’ottima acustica della chiesa.
Pubblico non molto numeroso, ma sicuramente entusiasta, che ha chiesto direttamente il bis, consistente nella Sicilienne di Fauré.
In conclusione uno splendido concerto, tenutosi in un ambiente dalle particolari atmosfere, in quanto ancora impregnato delle note che per circa un secolo hanno qui risuonato ininterrottamente, motivo che spronerà ulteriormente il maestro de Martino ad organizzare nuovi eventi, atti a rivalutare uno dei luoghi più prestigiosi del glorioso passato musicale napoletano.

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