Il duo Aversano-Ascione propone una splendida panoramica sulla musica nata a Napoli fra il Settecento e gli albori del Novecento

Duo Aversano-AscioneLa Fondazione Humaniter di Napoli ha ospitato, nell’ambito della seconda rassegna storica sulla Canzone Napoletana, curata dal maestro Lucio De Feo, presidente dell’Associazione Musica Libera, un concerto rivolto alla musica napoletana compresa fra il Settecento e i primi del Novecento.
Protagonista della serata i chitarristi Giuseppe Aversano e Rosario Ascione, che hanno diviso il loro recital in due parti ben distinte.
La prima, legata al progetto “Ingenium Fubas”, dedicato alle trascrizioni di musica strumentale del Settecento (sfociato nel 2011 in un apprezzatissimo disco), è iniziata con la Sonata in sol di Domenico Cimarosa (1749-1801), tratta dalle circa 80 sonate per clavicembalo, scoperte soltanto nel 1924 da Felice Boghen nella biblioteca dell’Istituto Cherubini di Firenze.
La successiva Fuga apparteneva alla produzione di Francesco Durante (1684-1755), docente stimatissimo, attivo nel Conservatorio di S. Onofrio a Porta Capuana, dove era stato allievo di Alessandro Scarlatti, mentre la Triosonata in re era di Niccolò Jommelli (1714-1774), nativo di Aversa, oggetto di numerose celebrazioni nel 2014, in occasione dei 300 anni dalla nascita.
La panoramica settecentesca si chiudeva con la Toccata in la del napoletano Pietro Domenico Paradisi (1707-1791), pezzo famosissimo in quanto, nella versione per arpa, era fra i brani utilizzati dalla Rai come sottofondo degli intervalli.
La seconda parte del concerto era invece incentrata su alcune trascrizioni per due chitarre, curate dal maestro Giancarlo Sanduzzi, di brani appartenenti all’epoca d’oro della canzone napoletana classica, recentemente oggetto di un cd intitolato “Neapolitana”.
Abbiamo così avuto l’opportunità di ascoltare versioni esclusivamente strumentali sia di brani molto famosi, sia di motivi poco conosciuti.
Fra i primi ricordiamo “Silenzio cantatore” di Gaetano Lama (1922), che si avvalse dei testi del poeta Libero Bovio, “ ‘A vucchella” (1892), frutto del connubio tra Francesco Paolo Tosti e Gabriele D’Annunzio, “Canzone marinara” (1838) di Gaetano Donizetti, “Te voglio bene assaje”, la cui paternità musicale è ancora oggi incerta, ed oscilla fra Gaetano Donizetti e Francesco Campanella e “Uocchie c’arraggiunate” (1904) di Rodolfo Falvo su lirica di Alfredo Falcone Fieni.
Riguardo ai secondi, sono stati proposti “Luisella” (1856) e “Graziella” (1840) di Pietro Labriola e “Lo rialo” (1872) di Giacobbe Di Capua, padre del più celebre Eduardo.
Uno sguardo ai due interpreti, per sottolineare innanzitutto la loro bravura individuale ed il loro perfetto affiatamento, frutto di anni di frequentazione artistica.
A questo va aggiunto una grande passione, che li ha portati al recupero di numerose composizioni, talora inedite, sparse per le biblioteche di tutta Europa, appartenenti al repertorio strumentale del Settecento napoletano, messo in ombra per secoli da quello operistico.
Si tratta, come è stato possibile apprezzare nel concerto, di una vera e propria miniera di tesori musicali, che sta emergendo progressivamente solo in questi ultimi anni, grazie alla buona volontà di pochi ma agguerriti esecutori.
Dal canto suo, il progetto relativo al periodo d’oro della canzone classica napoletana, partito ufficialmente da poco, avvalendosi delle splendide trascrizioni di Giancarlo Sanduzzi, si basa essenzialmente sul presupposto di rivalutare l’importanza della musica che, in molti brani di successo, è sempre stata offuscata da testi comunque bellissimi, evidenziando una continuità melodica che trae le sue origini proprio dal Settecento.
E, in effetti, l’iniziativa di porre in evidenza il valore della musica nella canzone napoletana, si è dimostrata notevolmente interessante, ricevendo grandi apprezzamenti anche da parte degli spettatori, inizialmente un po’ spiazzati, che spesso hanno accompagnato con le loro voci le canzoni più note.
Degna chiusura del concerto il bis, richiesto a gran voce da un pubblico entusiasta, consistente in “Funiculì funiculà”, perfetto trait d’union fra musica classica e canzone napoletana d’autore, in quanto composto da Luigi Denza (1846-1922), nativo di Castellammare di Stabia, che studiò al Conservatorio di Napoli avendo come docenti Saverio Mercadante e Paolo Serrao.
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