Al teatro Diana un piacevole salotto mozartiano in prima assoluta

Johann Nepomuk della Croce - La famiglia Mozart

Johann Nepomuk della Croce – La famiglia Mozart

L’appuntamento inaugurale di “Diciassette e Trenta Classica”, rassegna giunta alla diciannovesima edizione, ha visto salire sul palcoscenico del teatro Diana un quintetto insolito, formato da Stefano Valanzuolo (direttore artistico del Festival di Ravello e noto critico musicale) e due coppie (legate nell’arte come nella vita), formate da Rossella Bertucci (viola) e Alberto Maria Ruta (violino), e dai pianisti Maria Libera Cerchia e Antonello Cannavale.
Al centro del pomeriggio, l’esordio di un progetto intitolato “Mozart in salotto”, rivolto a brani del genio salisburghese, intervallati da testi concepiti e letti da Stefano Valanzuolo, relativi ad alcuni episodi salienti della vita del compositore.
Si partiva con la fanciullezza, durante la quale Mozart e la sorella maggiore Maria Anna, nota con il soprannome di Nannerl, si esibivano nelle corti, talora suonando brani per pianoforte a quattro mani, scritti sovente dallo stesso Wolfgang, come la Sonata in re maggiore K. 381, risalente al 1772, della quale abbiamo ascoltato il primo ed il terzo movimento.
Si passava quindi al finale della Sonata in do maggiore K. 296 per violino e pianoforte, datata 1778, e all’allegro moderato di apertura della Sonata in si bemolle maggiore K. 378, appartenente ad una raccolta di sei sonate per violino e pianoforte, pubblicate nel 1781 dalla casa editrice Artaria.
Vennero tutte dedicate ad uno degli amori del giovane Mozart, la viennese Josepha von Auernhammer, sua allieva di pianoforte.
In risposta ad una lettera inviata al padre Leopold, preoccupato dalle voci che giungevano a Salisburgo, relative ad un legame fra il figlio e l’artista di Vienna, Mozart cercava di rassicurare il genitore descrivendola come un mostro quasi ripugnante, ma se consideriamo il valore di questa musica si fa fatica a credergli (e molto probabilmente il primo a non essere convinto della veridicità di tale affermazione sarà stato proprio Leopold).
Il brano successivo rappresentava il movimento di chiusura del Duetto in si bemolle maggiore K. 424 per violino e viola, che fu scritto nel 1783, anno del provvisorio ritorno del compositore a Salisburgo, per venire incontro al suo grande amico Michael Haydn, fratello del più noto Franz Joseph, all’epoca maestro di cappella alla corte dell’arcivescovo Hieronymus von Colloredo.
Quest’ultimo aveva commissionato sei duetti ad Haydn che, per seri problemi di salute, si fermò a quattro.
La tradizione vuole che sia stato proprio Mozart a comporre i due mancanti, e ciò spiegherebbe anche la presenza, nel catalogo di Michael Haydn, di quattro duetti anziché dei sei originariamente richiesti.
Toccava poi ad un evento infausto, la morte della madre di Mozart, avvenuta a Parigi nel 1778, dove si era recata insieme al figlio, giunto nella capitale francese alla ricerca di una visibilità che gli permettesse di abbandonare definitivamente la provinciale Salisburgo.
Proprio in quei giorni il musicista completò la Sonata in mi minore K. 304, iniziata a Mannheim, dove aveva soggiornato prima di spostarsi a Parigi, che si distingue anche per essere l’unica in tonalità minore nella produzione mozartiana destinata a tale organico, segno evidente della tragicità del momento.
Toccava poi alla Fantasia in fa minore K. 608 per pianoforte a quattro mani, appartenente al gruppo di tre composizioni, create fra il 1790 ed il 1791, su richiesta del conte viennese Joseph Deym von Stritez, per il Flötenuhr (organo meccanico, costituito da un sistema di canne collegato ad un rullo perforato, che si attivava tutti i giorni, alla stessa ora, tramite un meccanismo a tempo), che il nobile aveva collocato nel mausoleo da lui costruito, ricco di statue in cera e automi, per celebrare il feldmaresciallo Gideon von Laudon, conquistatore di Belgrado.
Il concerto si chiudeva con il primo movimento del Trio in mi bemolle maggiore K. 498 per violino, viola e pianoforte (composto in origine per clarinetto, viola e pianoforte), denominato anche Kegelstatt-trio, ovvero trio “dei birilli”, che ci riportava in un’atmosfera conviviale.
Infatti, secondo quanto riportano le cronache, venne concepito da Mozart nel 1786, durante una partita a birilli nell’abitazione di Gottfried von Jacquin, suo grande amico e padre di Franziska, una delle alunne del compositore.
La presenza del clarinetto si deve all’amicizia fra Mozart ed il virtuoso Anton Stadler e sembra che la prima esecuzione sia avvenuta in casa von Jacquin, con Franziska al pianoforte, Stadler al clarinetto e lo stesso Mozart alla viola.
Veniamo ora ai protagonisti, partendo da Stefano Valanzuolo, che ha maturato e sviluppato l’idea legata al salotto mozartiano, proponendola in prima persona e quasi in punta di piedi, per cui il testo era caratterizzato da grande lievità, fungendo da breve o brevissima introduzione ai pezzi eseguiti.
Dal canto loro tutti e quattro i musicisti, che si sono avvicendati sul palcoscenico, hanno evidenziato sempre un perfetto affiatamento, sia nel caso di coppie artisticamente rodate, come quella formata dai due pianisti, o dal duo Ruta-Cannavale, sia nel caso di unioni più occasionali, quali quelle relative al duo formato da Alberto Maria Ruta e Maria Libera Cerchia o al trio conclusivo, costituito da Ruta, Rossella Bertucci e Antonello Cannavale.
Se sul piano artistico la parità di valori è risultata assoluta ed indiscutibile, sul piano emotivo l’apice è stato sicuramente raggiunto con il minuetto della Sonata K. 304, dove Mozart aveva trasferito tutta la tristezza per la perdita della adorata mamma.
Riguardo al pubblico, numerosissimo e visibilmente soddisfatto, purtroppo è costituito sempre da alcune frange, ridotte ma non per questo meno fastidiose, che continuano imperterrite a lasciare i cellulari accesi (nonostante gli avvisi che precedono il concerto), a dialogare ad alta voce durante lo spettacolo, a tossire in modo plateale e a scartocciare caramelle.
In conclusione uno spettacolo molto gradevole, che speriamo venga presto riproposto in pubblico, perché all’indiscutibile valore artistico dei protagonisti, abbina una vena divulgativa quanto mai intrigante.

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