All’Auditorium di Castel S. Elmo il Mozart “light” di Ton Koopman

Foto Max Cerrito

Foto Max Cerrito

Il celebre direttore e clavicembalista olandese Ton Koopman, con il suo ensemble Amsterdam Baroque Orchestra and Choir e un quartetto vocale formato da Johannette Zomer (soprano), Bogna Bartosz (contralto), Jörg Dürmüller (tenore) e Klaus Mertens (basso), sono stati ospiti del recente appuntamento della stagione ufficiale dell’Associazione Alessandro Scarlatti.
Il concerto, interamente dedicato a Mozart, si è aperto con il Requiem in re minore K. 626, opera fra le più note dell’autore salisburghese, soprattutto per la sua particolare genesi, che ha alimentato una serie di congetture e fantasie, alle quali non fu estranea nemmeno Constanze, la scaltra moglie di Mozart.
Si tratta di vicende, tornate alla ribalta negli anni ’80 del Novecento, grazie al film “Amadeus” di Milos Forman (splendido ma ricco di inesattezze), ormai quasi completamente chiarite.
E’ certo che che la richiesta di scrivere un requiem fu fatta a Mozart da Franz von Walsegg zu Stuppach, nobile e musicista dilettante, che aveva la pessima abitudine di commissionare ad autori bravi (e presumibilmente a corto di denaro), lavori che pagava e poi spacciava come opere del suo ingegno.
Rimasto vedovo nel febbraio del 1791, e desideroso di avere a disposizione un brano per commemorare la moglie, in occasione del primo anniversario della morte, pensò di affidare il compito a Mozart, servendosi di un suo incaricato come intermediario.
Non sappiamo se il musicista conoscesse l’identità del committente e, come artista, si sarà sentito ferito nell’orgoglio, ma il consueto bisogno di soldi gli fece accettare l’offerta.
Quando però Mozart morì, nel dicembre dello stesso anno, il Requiem risultava largamente incompiuto, in quanto completato solo nei primi due movimenti (Requiem e Dies Irae), mentre il resto era disseminato allo stato embrionale fra la marea di carte lasciate alla rinfusa dal musicista.
Constanze, non volendo rinunciare ai ricchi proventi della composizione, assicurò il committente che il marito aveva portato a termine la composizione e, contemporaneamente, affidò ad alcuni dei migliori allievi di Mozart il gravoso incarico di completare il brano, che raggiunse una forma compiuta soprattutto grazie all’abilità di Franz Xavier Süssmayr, capace di fare miracoli prendendo spunto dagli appunti disordinati del compositore.
A quel punto Constanze consegnò il manoscritto al nobile, spacciandolo per originale, ma la verità venne quasi subito a galla, sfociando in un contenzioso fra i due, che si concluse, per motivi facilmente intuibili, con un nulla di fatto.
La vicenda ebbe un epilogo altrettanto curioso, in quanto Constanze volle anche bruciare sul tempo il nobile, allestendo la “prima” ufficiale il 2 gennaio 1793, quindi un mese prima che von Walsegg potesse dirigerlo nell’ambito delle celebrazioni legate al secondo anniversario della morte della moglie.
Il successivo mottetto Ave Verum Corpus K. 618 per coro, archi e organo, con il quale è iniziata la seconda parte, aveva come testo l’omonimo inno eucaristico del XIV secolo.
Composto da Mozart a Baden nell’estate del 1791, per sdebitarsi nei confronti dell’amico Anton Stoll, direttore del coro locale, che gli aveva prestato una considerevole somma, rappresenta uno dei pochi pezzi sacri portati a termine nell’ultimo periodo di vita.
Ultimo brano in programma, la solenne Messa in do maggiore K. 317 (“Messa dell’Incoronazione”), risalente al 1779, anno che segnò il ritorno di Mozart a Salisburgo, dopo un viaggio musicale piuttosto infruttuoso, intrapreso nel disperato tentativo di allontanarsi definitivamente dall’odiata città natale.
Riammesso alla corte del principe-arcivescovo Hieronymus von Colloredo dove, per un salario annuale di 500 fiorini, ricopriva il duplice incarico di organista e Konzertmeister, i suoi compiti spaziavano sia in ambito profano che sacro.
A questo periodo sono legate numerose composizioni di ottima fattura, fra le quali la succitata Messa, che si riferisce alle celebrazioni legate all’anniversario dell’Incoronazione, decretata da Benedetto XIV nel 1751, di una immagine miracolosa della Vergine, conservata nel santuario di Maria Plain,  vicino Salisburgo, che secondo la tradizione aveva preservato la città dalla guerra nel 1744.
Nel complesso un programma decisamente corposo, che ha fatto emergere l’indubbia bravura dell’ Amsterdam Baroque Orchestra and Choir, compagine molto compatta e affiatata, fondata in tempi diversi (l’orchestra è nata nel 1979, il coro nel 1992) e diretta da una figura brillante e carismatica come Ton Koopman.
Ma, se dal punto di vista della bravura, gli esecutori sono stati ineccepibili, ciò che ha destato forti perplessità, anche in una parte degli spettatori, è l’orientamento dato dal direttore ai due brani principali, con un Requiem assolutamente privo della dimensione tragica, ed una Messa dove la solennità era completamente assente.
Per quanto riguarda i quattro cantanti, il soprano Johannette Zomer è apparsa a proprio agio nella Messa e un po’ meno nel Requiem, mentre gli altri tre solisti, il contralto Bogna Bartosz, il tenore Jörg Dürmüller ed il basso Klaus Mertens si sono dimostrati all’altezza della loro fama.
Pubblico molto numeroso, attirato dal programma e dalla notorietà degli interpreti che, seppur spiazzato dalle scelte di Ton Koopman, ha comunque avuto l’opportunità di ascoltare uno dei complessi di maggiore prestigio presenti attualmente in Europa, e la riproposizione dell’Ave Verum come bis ne è stato il segno tangibile.
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