Bruno Canino e Andrea de Goyzueta chiudono il ciclo “Musica per gli ultimi giorni dell’umanità”

Foto Max Cerrito

Bruno Canino – Foto Max Cerrito

Si è svolto nell’Auditorium di Castel S. Elmo l’ultimo concerto del ciclo “Musica per gli ultimi giorni dell’umanità”, nato da un’idea del noto musicologo Massimo Lo Iacono, organizzato dall’Associazione Alessandro Scarlatti per ricordare i cento anni dallo scoppio della prima guerra mondiale.
Ospiti della serata, il pianista Bruno Canino e l’attore Andrea de Goyzueta, che si sono alternati sul palcoscenico.
Il primo ha proposto un excursus di brani legati alla produzione di autori che videro la luce nelle nazioni che costituivano l’Impero austro-ungarico e si affermarono soprattutto dopo il suo disfacimento.
Così, l’enigmatico pezzo di apertura, “Nella Nebbia” (1912), apparteneva al ceco Leoš Janáček (1854-1928) e evidenziava una serie di stati d’animo tendenzialmente di grande tristezza, le cui cause resteranno per sempre misteriose, visto che ai movimenti non sono abbinati titoli esplicativi.
Abbiamo poi ascoltato il primo e l’ultimo dei Cinque pezzi op. 3 di Richard Strauss (1864-1949), scritti a soli 17 anni, che testimoniano una notevole precocità, pur se lo stile è ancora legato ai grandi autori di area germanica.
Con Alban Berg (1885-1935) e la sua Sonata op. 1, composta fra il 1907 ed il 1908 (pubblicata nel 1910 a spese dell’autore), si passava ad una musica oscillante fra tonalità e atonalità, mentre i successivi Cinque Pezzi op. 23 di Arnold Schönberg (1874-1951), creati fra il 1921 ed il 1923, ci portavano agli albori della dodecafonia.
Ultimi due autori in programma, il veneziano Ermanno Wolf-Ferrari (1876-1948) con due dei Tre pezzi op. 14, risalenti al 1905, di sapore liederistico e le Sei danze in ritmo bulgaro, di stile quasi jazzistico, poste da Béla Bartók (1881-1945) a chiusura della monumentale raccolta “Mikrokosmos”.
La parte letteraria era invece rivolta alla proposizione di alcune pagine di Contro-passato prossimo: un’ipotesi retrospettiva, interessante romanzo di fantastoria di Guido Morselli (1912-1973), pubblicato postumo nel 1975, le cui vicende partivano dal periodo della Grande Guerra.
Un breve sguardo ai due protagonisti, con Bruno Canino che non ha assolutamente bisogno di presentazione e, dall’alto della sua esperienza, continua a incantare le platee con la sua bravura e versatilità.

Andrea de Goyzueta  - Foto Max Cerrito

Andrea de Goyzueta – Foto Max Cerrito

Dal canto suo Andrea de Goyzueta ha saputo far entrare subito gli spettatori in un clima piuttosto surreale, cifra caratteristica di un testo da approfondire.
Riguardo al pubblico, ha rappresentato la nota dolente della serata, sia per la sua scarsa presenza (solo in parte giustificata da un evento più “classico” che ha avuto luogo al Teatro di San Carlo), sia per una polemica scoppiata fra due spettatori, al termine di un pezzo pianistico, relativa all’opportunità o meno di proporre musica di questo tipo.
Non a caso il maestro Canino, per riconciliare gli animi, ha offerto un bis quanto mai piacevole, consistente nel celeberrimo valzer, tratto dall’operetta “Il pipistrello”, di Johann Strauss figlio, trascritto per pianoforte dal compositore, pianista e direttore d’orchestra ungherese Ernst von Dohnányi.
Si chiude così un ciclo partito da un presupposto intrigante, quello di abbinare musica e letteratura degli albori del Novecento, che però non ha fatto i conti con un pubblico pigro e ormai narcotizzato da troppi decenni di rassicuranti cartelloni sancarliani, che l’Associazione Alessandro Scarlatti sta cercando di smuovere per quanto è possibile, con riscontri abbastanza alterni.
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