A Palazzo Serra di Cassano una serata di rara suggestione

Foto Max Cerrito

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La sera del 12 febbraio 1785, al numero 846 della Schulergasse di Vienna, all’epoca residenza di Mozart, vi fu un incontro molto ristretto al quale parteciparono, oltre al padrone di casa, da poco divenuto padre di un bambino, la moglie Costanza, il padre Leopold, i baroni Bartholomäus e Anton von Tinti, originari di Salisburgo, e Franz Joseph Haydn.
Quest’ultimo, ospite d’onore della serata, era lì per festeggiare il suo ingresso nella Massoneria e per ascoltare tre dei sei quartetti che Mozart gli aveva dedicato, interpretati da un ensemble costittuito da Mozart padre e figlio, e dai von Tinti, questi ultimi due discreti musicisti dilettanti (anche se nulla ci vieta di pensare che lo stesso Haydn abbia potuto fornire il suo contributo).
Al termine dell’esecuzione, visibilmente emozionato, Haydn si rivolse a Leopold Mozart tessendo le lodi di suo figlio e definendolo “… il più grande compositore che io conosca, di nome o di fatto”.
Fra i brani eseguiti, il Quartetto n. 19 in do maggiore K.465, posto a chiusura della raccolta, iniziava con un Andante, le cui prime 22 battute erano contraddistinte da una struttura impensabile per l’epoca, in quanto affine a quella della musica dei nostri giorni.
Il pezzo, che per tali arditezze si guadagnò l’appellativo di “Quartetto delle dissonanze”, provocò aspre polemiche e mise Mozart contro la quasi totalità dei critici e musicisti dell’epoca (a parte Haydn che con la sua lungimiranza si era reso conto del valore della novità introdotta), che tacciarono il genio di Salisburgo di ignoranza e incompetenza.
Partendo da questa vicenda, il noto scrittore e critico Sandro Cappelletto ha concepito, alcuni anni fa, il concerto-racconto “La notte delle dissonanze” (divenuto poi anche un libro), avvalendosi della preziosa collaborazione del Quartetto Savinio, formato da Alberto Maria Ruta e Rossella Bertucci (violini), Francesco Solombrino (viola) e Lorenzo Ceriani (violoncello).
Il suggestivo allestimento è stato riproposto a Palazzo Serra di Cassano, nella sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, come evento di apertura del VI Festival di Musica da Camera, rassegna curata da Dario Candela e Riccardo Scognamiglio.
Cappelletto, nelle vesti di voce recitante, ha ricreato l’atmosfera di quella particolarissima sera di 250 anni fa, supportato splendidamente dal Quartetto Savinio, che prima si è inserito nel contesto del racconto, eseguendo le note iniziali dell’Adagio e, al termine della narrazione, ha magistralmente interpretato l’intero brano.
Sebbene non fosse la prima volta che assistevamo a questo concerto-racconto, nell’occasione ci è apparso ancora più suggestivo rispetto al solito, in quanto non solo ha mantenuto intatto il suo smalto originario, ma appariva ulteriormente migliorato grazie al contributo di tutti e cinque i protagonisti.
Il resto lo ha fatto un contesto quanto mai particolare, come la sala principale dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, che probabilmente non doveva essere molto dissimile dal luogo in cui avvennero gli avvenimenti descritti.
Significativo anche il bis, consistente in una affascinante postilla finale, che legava al pezzo mozartiano il Quartetto n. 9 in do maggiore, op. 59 n. 3 di Beethoven, risalente al 1808, e anch’esso caratterizzato da un Andante iniziale basato su accordi dissonanti, considerato una sorta di ponte con il passato, che però guardava verso il futuro.
Una conclusione che ha chiuso in maniera intrigante la serata e, forse, potrebbe fungere da spunto per un approfondimento dell’universo beethoveniano.

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