I “Vespri d’organo” riprendono con il grande ritorno, fra pochi intimi, del maestro Sergio Orabona

Sergio Orabona2La ripresa della rassegna “Sette secoli di musica sacra per organo a Napoli – Vespri d’organo”, organizzata dall’Associazione Trabaci, ha segnato il ritorno nella città natale del maestro Sergio Orabona, da due anni organista titolare della St. Nikolaus Kirche di Stoccarda.
L’ampio programma proposto, che consisteva in un percorso lungo tre secoli, è iniziato con il Praeludium in mi minore di Nicolaus Bruhns (1665 – 1697), compositore tedesco di origine danese che, nonostante sia morto ad appena 32 anni, ha lasciato una decisa impronta nella letteratura organistica, influenzando anche il giovane Bach.
Si passava quindi al repertorio italiano, con tre autori vissuti in epoche diverse, Giovanni Morandi (1777 – 1856), Vincenzo Petrali (1830 – 1889) e Marco Enrico Bossi (1861 – 1925).
Ai primi due appartenevano rispettivamente il Rondo con imitazione de’ campanelli e il Versetto per il Gloria, entrambi di marca nettamente operistica, mentre Bossi era rappresentato dall’Ave Maria e dallo Scherzo in sol minore, op. 49 n. 2.
La successiva Impresión Teresiana, caratterizzata da un felice connubio fra istanze del Novecento e ritmi popolari spagnoli, si riferiva alla produzione conclusiva dello spagnolo Eduardo Torres (1872 – 1934), per più di venti anni maestro di cappella della cattedrale di Siviglia.
Interamente dedicata alla gloriosa scuola francese la parte finale del recital, prima con il complesso Allegro risoluto, dalla Sinfonia n. 2 in mi minore op. 20 di Louis Vierne (1870 – 1937), organista titolare della cattedrale di Notre-Dame dal 1900 al 1937, poi con la piacevole Romance sans paroles di Joseph Bonnet (1884–1944), apprezzato docente e famosissimo virtuoso, mentre in chiusura abbiamo ascoltato la Toccata in sol maggiore di Théodor Dubois (1837 – 1924), vincitore del Prix de Rome nel 1861 e docente del Conservatorio di Parigi.
Nel complesso un programma molto ben strutturato, che metteva in evidenza alcuni punti salienti della storia della musica organistica come la mancanza, da almeno due secoli a questa parte, di personalità italiane in tale ambito, se si eccettua Bossi (e il quasi sconosciuto Pietro Alessandro Yon, piemontese che fece fortuna negli USA).
Riguardo all’interprete, ha evidenziato un tocco agile e preciso, grande versatilità ed estrema sensibilità, sfruttando in pieno le potenzialità dell’organo Mascioni della chiesa dell’Immacolata al Vomero, sede della rassegna.
Da quanto sottolineato, si deduce che la partenza del maestro Orabona per la Germania abbia contribuito ad impoverire il patrimonio artistico cittadino, ma non possiamo che approvare la sua scelta, considerando che, a differenza di quando risiedeva a Napoli, oggi è in grado di portare avanti in modo economicamente dignitoso la carriera di organista.
D’altronde, ha potuto constatare di persona la bontà di questa decisione, se pensiamo al sempre minore interesse degli appassionati locali, a differenza di quanto accade nei paesi del Nord Europa, nei confronti della musica organistica, frutto di un insieme, già descritto in altre occasioni, che abbina scarsa cultura a radicati pregiudizi.
Non ci resta che auspicare, pur se in questo momento può risuonare quasi utopico, una netta inversione di tendenza, che passi per il rinnovamento del pubblico, unico modo per salvare una tradizione bimillenaria fortemente in pericolo.

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