I solisti dell’Amalfi Coast Music & Arts Festival propongono un dittico di Puccini nella Sacrestia del Vasari

Amalfi Coast Festival nella Sacrestia del VasariL’Amalfi Coast Music & Arts Festival ha fatto tappa a Napoli proponendo, nella splendida Sacrestia del Vasari, situata all’interno della chiesa di S. Anna de’ Lombardi, una serata all’insegna della musica lirica.
In programma l’allestimento, in forma semiscenica, di “Suor Angelica” e “Gianni Schicchi”, opere di Giacomo Puccini (1858-1924), che si avvalsero entrambe del libretto di Giovacchino Forzano e, insieme a “Il tabarro”, furono presentate in prima mondiale al Metropolitan di New York nel dicembre del 1918, costituendo il cosiddetto “Trittico”.
La vicenda di “Suor Angelica”, nata direttamente dalla penna di Forzano, è ambientata alla fine del XVII secolo in un monastero senese.
La protagonista è stata costretta dalla famiglia a farsi suora, per aver dato alla luce un figlio senza essere sposata, sottrattole subito dopo la nascita.
La vita di clausura non le ha fatto dimenticare il passato e, trascorsi sette anni, durante i quali non ha saputo più niente né del bambino, né della sua famiglia, riceve improvvisamente la visita della zia principessa, figura algida e scostante che, alla morte dei genitori di Angelica è assurta a curatrice dei beni della famiglia.
Lo scopo della sua visita è quello di far firmare alla suora un atto di rinuncia della sua parte di sostanze, in favore della sorella che deve sposarsi.
Il drammatico incontro fra le due donne è ulteriormente funestato dalla notizia, data con estrema freddezza dalla zia, che il bambino di Angelica è morto un paio di anni prima per una grave malattia.
Quest’ultima rivelazione getta suor Angelica nello sconforto più totale per cui, una volta che la zia, raggiunto il suo obiettivo, si è accomiatata, decide che l’unica via che le resta è quella di raggiungere il figlioletto.
Così raccoglie una serie di erbe velenose, presenti nel giardino del convento, con le quali prepara un intruglio che inizia ad ingerire.
Si rende però subito conto di essere in peccato mortale e chiede pietà alla Vergine per il suo atto inconsulto.
L’opera si chiude con la Madonna che appare a suor Angelica, mostrando il suo perdono e sospingendo un bambino fra le braccia della morente.
Dalla tragedia claustrale a “Gianni Schicchi”, divertente farsa dalle tinte macabre, unica a seguire il filo logico originario, secondo il quale ognuna delle opere del “Trittico” doveva avere un legame più o meno stretto con la “Divina Commedia” di Dante, fra le letture preferite di Puccini.
Infatti Schicchi è un personaggio coevo al sommo poeta, che lo relega nel XXX canto dell’Inferno, ponendolo fra i “falsatori di persone”.
La tradizione vuole che, particolarmente abile come imitatore, Schicchi fu chiamato un giorno da Simone Donati per sostituire lo zio di quest’ultimo ormai defunto (Buoso Donati), che lo aveva diseredato, e redigere un nuovo testamento in favore del nipote.
La vicenda ritornò alla ribalta, con maggiori particolari, nel “Commento alla Divina Commedia d’anonimo fiorentino del secolo XIV”, pubblicato nel 1866 da Pietro Fanfani.
Giovacchino Forzano, prendendo spunto da questa storia, la modificò in parte, facendo contornare Buoso da diversi parenti, uno più avido dell’altro, il cui scopo era di evitare che venisse trovato e diventasse esecutivo il testamento, nel quale il defunto lasciava tutte le sue sostanze al convento dei frati di Signa.
Una situazione che solo Schicchi, chiamato dal nipote di Buoso, in quanto fidanzato di sua figlia Lauretta, poteva in qualche modo risolvere.
Così, nei panni di Buoso moribondo, Schicchi dettava un nuovo testamento davanti al notaio, dove la maggior parte dei beni venivano destinati a se stesso.
Al riguardo nulla potevano i parenti del ricco mercante, poiché smascherandolo sarebbero stati considerati complici di Schicchi, andando incontro ad una pena che contemplava l’amputazione della mano e l’esilio.
In complesso si trattava di un lavoro incalzante, divertente e satirico, ricordato in particolare per la struggente romanza “O mio babbino caro”, cavallo di battaglia di numerosi soprani.
E veniamo ai due allestimenti, che hanno evidenziato solisti caratterizzati da notevole vocalità, in grado di tenere bene anche la scena.
Suor Angelica era interpretata da Alexandra Rakhazoff, soprano di grande levatura, e si avvaleva della presenza, come artista ospite, del contralto Lorraine DiSimone, calatasi splendidamente nei panni della Zia principessa, nonché per l’occasione regista dell’opera.
A loro aggiungiamo, doverosamente, l’intero cast, formato da Rebecca Roose (Suor Genovieffa), Laura Pinzás (La badessa), Jin-Young Kwon (La zelatrice), Laura Bumgardner (La maestra delle novizie), Jennie Lee (La suora infermiera), Andrea Markovitz (Suor Osmina e La novizia), Anna Cooper Reed (Suor Dolcina) e Charlotte Bagwell (La cercatrice).
Per quanto riguarda “Gianni Schicchi”, che si avvaleva della regia di Benjamin Butterfield, poteva contare su un baritono strepitoso quale Nathan Myers nel ruolo principale, sulla bravura ed esperienza di un altro artista ospite, il basso Peter Becker (Simone) e, anche in questo caso, su un gruppo affiatato, affidabile e convincente costituito da Sarah Heilman (Lauretta), Bryony Burnham (Zita), John Chong Yoon Noh (Rinuccio), Antonio Rodriguez (Gherardo), Daniel Smith (Betto), Austin Vitaliano (Marco), Ariel Boughen (Nella), Tasha Farrivar (La Ciesca), Charlotte Bagwell (Gherardino), Jordan Van de Vere (Spinelloccio), Xuguang Zhang (Notaio), Matthew Anderson (Pinellino), Johmmy Butler (Guccio).
Ottima anche la prova dell’Orchestra del Teatro dell’Opera di Brasov, ben diretta da Greg Ritchey, che ha superato brillantemente le difficoltà legate ai numerosi passaggi di grande modernità caratteristici della musica di Puccini, aiutata in questo dall’acustica della Sacrestia del Vasari, già rivelatasi all’altezza nei concerti cameristici che vi si svolgono frequentemente.
Pubblico numeroso, a maggioranza statunitense, giunto in gran parte dalla Costiera, partecipe e abbastanza giovane rispetto alla media normale, da cui possiamo sicuramente trarre la considerazione conclusiva che, per riportare spettatori alla musica lirica, non è necessario allagare i palcoscenici o affiancare eccelsi acrobati a cantanti di medio valore.

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