Emanuele Cardi fra il Barocco di Giovanni Salvatore e il Novecento di Pietro Alessandro Yon

Foto Max Cerrito

Foto Max Cerrito

Il terzo appuntamento con la I edizione del Festival Organistico di Capodimonte, rassegna che si svolge nella Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio, sotto la direzione di Angelo Troncone, ha avuto come protagonista il maestro Emanuele Cardi.
Come di consueto, il recital è stato diviso in due parti, la prima avvalendosi dell’organo “Domenico Antonio Rossi” del 1769, la seconda utilizzando l’organo “Tamburini” del 1964.
Il programma dedicato al periodo barocco era incentrato sulla produzione di Giovanni Salvatore, del quale Emanuele Cardi ha inciso qualche anno fa l’opera omnia, in un doppio cd della casa discografica milanese “La Bottega Discantica”.
Di questo autore si sa per certo che nacque a Castelvenere (Bn) nel 1610 e si spostò a Napoli per studiare presso il Conservatorio della Pietà dei Turchini, dove ebbe come insegnanti Erasmo Bartoli e Giovanni Maria Sabino.
Ordinato sacerdote, nel 1641 iniziò la sua carriera di organista, che si svolse prima nella Chiesa dei SS. Severino e Sossio, poi nella Basilica di San Lorenzo Maggiore e, infine, verso il 1675, alla Chiesa del Carmine.
Dal 1662 al 1673 fu “Primo maestro” del conservatorio della Pietà de’ Turchini mentre, tra il 1675 e il 1688, lo troviamo al Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo.
Una biografia abbastanza scarna, ma sufficiente per comprendere il valore di un compositore, molto stimato ai suoi tempi e oggi praticamente sconosciuto.
Valore che emergeva anche ascoltando i quattro brani proposti, Toccata Prima del Primo Tuono finto, Capriccio del Primo Tono, Corrente Prima e Seconda, Canzone Francese Terza.
La parte rivolta al Novecento era volta a focalizzare Pietro Alessandro Yon (1886-1943), un’altra figura italiana tanto prestigiosa quanto poco nota, di compositore e virtuoso dell’organo.
Nato nel piccolo paese di Settimo Vittone (To), Yon studiò a Milano e Torino, perfezionandosi all’Accademia di Santa Cecilia.
Iniziò la sua carriera in Vaticano, dove nel 1907 fu notato da padre Young, parroco della chiesa newyorchese di San Francesco Saverio, di passaggio per Roma.
Poichè il posto di organista era vacante, il religioso gli propose un contratto di tre anni e Yon lasciò l’Italia alla volta degli USA, raggiungendo il fratello Costantino, anch’egli organista (i due avrebbero in seguito fondato la Academy of Mount St. Vincent on the Hudson, una delle più importanti scuole di musica dell’epoca e Yon annoverò fra i suoi allievi autori del calibro di Cole Porter e Norman Dello Joio).
Yon ricoprì il ruolo di organista titolare della chiesa di San Francesco Saverio fino al 1926, con un’interruzione fra il 1920 ed il 1922 che coincise con il suo ritorno in Italia.
Un ritorno presumibilmente dettato dalla nostalgia, ma appena si rese conto che nel nostro paese non avrebbe potuto portare avanti le stesse attività intraprese oltreoceano, tornò negli USA, dove acquisì anche la cittadinanza americana.
Nominato organista titolare della cattedrale di St. Patrick nel 1926 mantenne il suo incarico fino al 1943, anno della sua morte.
Ancora oggi il suo nome è conosciutissimo in tutta l’America, dove viene considerato alla pari dei maggiori musicisti statunitensi.
Lo stile di Yon risente delle grandiose sonorità legate agli strumenti in dotazione alle principali chiese americane dell’epoca, come si evinceva ascoltando la Toccata e la Sonata cromatica, mentre i motivi attingevano anche al folklore con esempi significativi nell’American Rhapsody, e nella Rapsodia Italiana, entrambe appartenenti alla raccolta intitolata Dodici divertimenti per organo, che contenevano rispettivamente variazioni su inni degli Stati d’America e su canti popolari e patriottici piemontesi.
Uno sguardo ora all’interprete, che ha evidenziato quella consueta versatilità, che gli permette di eseguire nel migliore dei modi brani stilisticamente e temporalmente molto distanti fra loro.
In più, grazie ai pezzi eseguiti, è riuscito a far emergere tutte le potenzialità dei due strumenti, naturalmente in proporzione alla loro differente struttura, facendoci anche conoscere due autori sicuramente da approfondire e rivalutare.
Pubblico abbastanza eterogeneo, la cui numerosità risultava in linea con la media degli appuntamenti organistici, che è stato omaggiato da un bis consistente nel Festive Trumpet Tune del musicista contemporaneo statunitense David German, briosa chiusura di un recital di altissimo livello.

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