Un piacevole extra ai “Pomeriggi in Concerto” di Napolinova con il duo formato da Stefano Nanni e Melania Scappatura

OLYMPUS DIGITAL CAMERAInventato agli albori degli anni ’40 dell’Ottocento da Adolphe Sax, belga trapiantato a Parigi, il sassofono ancora oggi gode di grande notorietà, per la sua utilizzazione in ambito jazz, dove trova posto una serie che, a seconda della tonalità, si estende dal “sopranino” al sax “contrabbasso”.
Gli autori di musica classica, a parte Berlioz, che accolse con entusiasmo questa novità, manifestando il suo pensiero in un articolo pubblicato nel 1842 sul “Journal des Debats”, hanno invece mostrato poco interesse nei riguardi dello strumento, per cui la letteratura al proposito è abbastanza esigua.
Di conseguenza, rappresentava una vera rarità l’appuntamento fuori programmazione tenutosi alla Sala Chopin, organizzato dall’Associazione Napolinova, in collaborazione con la ditta Alberto Napolitano pianoforti, per la stagione “Pomeriggi in Concerto”, che ha avuto come protagonista il duo formato da Stefano Nanni al sassofono e Melania Scappatura al pianoforte.
Il recital si è aperto con la Rhapsodie, scritta da Claude Debussy su richiesta di Elizabeth Boyer Swett Coolidge, una figura leggendaria di mecenate e sassofonista, nata in Francia da genitori statunitensi e poi trasferitasi a Boston.
Lì nel 1900 fondò un club per musicisti dilettanti (il Boston Orchestral Club), che aveva come principale attività quella di diffondere e valorizzare la letteratura sassofonistica, anche mediante nuovi pezzi commissionati ad autori famosi.
Debussy rientrava sicuramente in tale categoria ma, abbastanza perplesso sulla validità dello strumento, si convinse principalmente per il fatto di essere stato pagato in anticipo.
Il brano, peraltro piuttosto breve, non venne mai terminato in quanto l’autore morì, lasciando una partitura limitata ad un organico per sassofono e pianoforte, che Jean Roger-Ducasse orchestrò nel 1919, dando vita alla versione oggi più nota.
Anche la successiva suite Scaramouche, op. 165c di Darius Milhaud ha alle sue spalle una storia abbastanza curiosa.
Essa fu composta dal musicista francese nel 1939 per il sassofonista Marcel Mule, due anni dopo la versione per due pianoforti (catalogata come op. 165b), scritta in fretta e furia in seguito ad una commissione di Marguerite Long, che la eseguì insieme a Marcelle Meyer, in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi.
Milhaud partì da materiale preesistente, utilizzando per il primo ed il terzo movimento (rispettivamente Vif e Brazileira) alcuni motivi creati per un adattamento di Charles Vildrac del “Medico volante” di Moliére, allestito al Teatro Scaramouche (da cui anche il titolo del brano musicale), mentre per il movimento intermedio (Modéré) attinse dalla musica di scena concepita per “Bolivar” di Jules Supervielle (1936).
La seconda parte del concerto è stata rivolta ad Astor Piazzolla, con l’Ave Maria e il Tango-Etude n. 3.
Nel primo caso si trattava di una trascrizione, curata dagli esecutori, di un brano il cui titolo era originariamente Tanti anni prima, nato per la colonna sonora del film “Enrico IV” (1984) di Marco Bellocchio, libera trasposizione dell’omonimo dramma di Pirandello.
Il Tango-Etude apparteneva invece ad una raccolta di sei pezzi per flauto, scritti nel 1987, che hanno poi conosciuto nel 1989 una versione per sassofono e pianoforte, frutto della collaborazione con il musicista transalpino Claude Delangle, dove l’autore argentino fondeva, come recita il titolo, i classici “studi” con la sua concezione del tango, da lui resa famosa in tutto il mondo.
Uno sguardo, ora, ai due giovanissimi e bravi interpreti, che hanno il merito iniziale di aver proposto un repertorio di raro ascolto e molto piacevole.
A questo aggiungiamo la loro bravura come solisti, abbinata ad un notevole affiatamento, e un entusiasmo che si respirava durante l’intero concerto, conclusosi con un bis rivolto a Oblivion di Piazzolla, anch’esso inserito nella colonna sonora dell’Enrico IV.
Spettatori meno del solito, ed è stato un vero peccato perché il duo meritava una sala gremita, anche se, egoisticamente, siamo finalmente riusciti a goderci in santa pace della buona musica, priva di tutti quei disturbi (a parte il solito squillo di cellulare), che fanno ormai da costante sottofondo a qualsiasi esibizione avvenga nella Sala Chopin.
L’augurio conclusivo è quindi quello di risentire quanto prima Stefano Nanni e Melania Scappatura, davanti ad un pubblico numeroso e, possibilmente, anche attento ed educato.

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