Lo ScarlattiLab-Barocco chiude nel segno di Giulia De Caro

Foto Giovanni Caiazzo

Foto Giovanni Caiazzo

La napoletana Giulia De Caro (1646-1697), monopolizzò con la sua avvenente presenza l’ambiente culturale partenopeo nel periodo compreso all’incirca fra il 1669 ed il 1675.
Le sue numerose relazioni, fra cui quella maggiormente proficua con il viceré Antonio Álvarez Osorio, duca di Astorga, fecero sì che la De Caro, soprannominata in modo spregiativo Ciulla della Pignasecca (dalla zona dove inizialmente svolgeva la sua attività di prostituta), raggiungesse velocemente i vertici della scala sociale.
Ma, oltre al fascino personale, la De Caro era dotata di una bella voce ed aveva anche una forte mentalità imprenditoriale, grazie alla quale riuscì ad attirare a Napoli compositori ed artisti di fama, che le dedicarono numerose opere, spesso scritte su misura per la sua vocalità.
La maggior parte di esse furono allestite al Teatro San Bartolomeo, dove nel 1674 la cantante aveva sostituito un’altra donna, Cecilia Siri Chigi, nel ruolo di impresario.
Questo breve ed interessante capitolo della storia musicale di Napoli è stato approfondito recentemente nel secondo ed ultimo appuntamento con lo ScarlattiLab-Barocco, progetto affidato ad Antonio Florio e Dinko Fabris, nell’ambito delle attività dell’Associazione Alessandro Scarlatti, che nell’occasione si è avvalso della collaborazione di docenti e allievi dei Conservatori di Napoli e Bari, e di alcuni componenti de “I Turchini” di Antonio Florio.
Il programma comprendeva la Sinfonia e prologo, ed un duetto da “Giasone” di Francesco Cavalli (1602-1676), diverse arie da “La Stellidaura Vendicante” e “Lo schiavo di sua moglie”, entrambe di Francesco Provenzale (1624-1704), la Sinfonia e tre arie da “L’Heraclio” di Pietro Andrea Ziani (1616-1684), una cantata di Giuseppe Tricarico (1623-1697) e la Sinfonia e un’aria da “Genserico” di Gian Domenico Partenio (ante 1650-1701).
Per quanto riguarda gli autori, Provenzale risultava l’unico di origine napoletana, Tricarico era pugliese, mentre gli altri tre erano rappresentanti prestigiosi della scuola veneziana, a cominciare da Ziani, chiamato a Napoli proprio dalla De Caro, che nel 1680 (ovvero quando aveva già 64 anni), venne poi nominato maestro della Real Cappella.
Dal punto di vista musicale, non tutti i brani potevano essere considerati sullo stesso piano ma, quando si lavora su un periodo abbastanza circoscritto, la tendenza è quella di recuperare tutto quanto di buono e meno buono sia stato prodotto, sicché può accadere che in qualche caso il valore storico superi quello artistico.
Venendo, invece, ai protagonisti della serata, iniziamo con le quattro interpreti vocali, Minni Diodati, Cristina Grifone e Leslie Visco (soprani) e Candida Guida (contralto), che si sono alternate sul palcoscenico dell’Auditorium di Castel S. Elmo, da sole o in coppia (Leslie Visco e Cristina Grifone nel prologo del “Giasone” e nella cantata di Tricarico, Minni Diodati e Candida Guida nel duetto di Cavalli), tutte cantanti con notevolissime esperienze artistiche, dimostratesi ancora una volta molto brave e determinate anche quando costrette dalla partitura a sforzi al limite delle loro possibilità.
La parte strumentale era invece formata da alcuni componenti de “I Turchini” di Antonio Florio, ai quali si sono aggiunti, in rappresentanza del conservatorio di Napoli, Olivia Centurioni e Giuseppe Carotenuto (violini), Vincenzo Caterino e Chiara Mallozzi (violoncelli), Francesco Aliberti (cembalo) e, per il conservatorio di Bari, Paola Ventrella alla tiorba.
Un ensemble che, a dispetto di una certa variegatura, ha evidenziato notevole compattezza ed un ottimo affiatamento con le cantanti.
Pubblico abbastanza numeroso ma forse troppo partecipe, che ha iniziato ad applaudire alla fine della prima aria, proseguendo imperterrito all’inizio ed al termine di ogni pezzo (anche nella seconda parte) per cui, considerando la numerosità, abbinata alla brevità, dei brani eseguiti, sembrava di assistere ad uno spettacolo di musica leggera.
Indubbiamente la componente familiare e amicale nel pubblico era particolarmente nutrita, ma non ci sembra sia stato scelto il modo migliore per manifestare il consenso, soprattutto se pensiamo che, dopo lunghe ed estenuanti prove, si rischia di mandare tutto all’aria, facendo perdere la concentrazione necessaria sia agli strumentisti, sia ai cantanti.
In conclusione, anche la terza edizione dello ScarlattiLab-Barocco, iniziativa unica nel suo genere, termina con un bilancio molto positivo, grazie alla proposizione di tematiche di elevatissimo valore storico-musicale, affidate ad interpreti di grande spessore.

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